Søren Kierkegaard – Biografia e opere – La Frusta

Søren  Kierkegaard (Copenhagen, 1813 – id., 1855   Filosofo danese

tp-7203517Søren Aabye Kierkegaard, questo filosofo ironico, allo stesso tempo ammiratore ed avversario di Socrate, partecipa a sua volta della filosofia speculativa, della teologia erudita e della poesia lirica. Messosi sotto il doppio segno dell’eccezione e del paradosso ed iscrivendosi in una rete complessa di corrispondenze sottili, il suo pensiero inaugura nel XIX  secolo un modo d’espressione paradossale e  altamente figurato, fino ad allora nuovo. 

Nato a Copenaghen nel 1813, era il beniamino di una famiglia di sette bambini; suo padre aveva accumulato una fortuna immensa ma, temendo Dio, che aveva precedentemente rinnegato, educò i suoi bambini nel terrore religioso. Tuttavia, Kierkegaard condusse inizialmente una vita dissoluta, prima di incontrare, nel 1837, Regina Olsen, che fu  sua fidanzata fino al 1841. Questa vicenda sentimentale divenne  lo spartiacque della vita di Kierkegaard e segnò un solco indelebile nella sua interiorità. Lo stesso anno, prenderà la laurea  in filosofia e, potendo godere delle rendite paterne, si consegnerà a un combattimento senza requie contro la Chiesa ufficiale. Il 20 ottobre 1855, s’accasciò per strada. Trasportato all’ospedale, morì l’11 novembre, in piena rottura con  la religione stabilita. Non aveva che quarantadue anni.

Un’opera paradossale

La morte di Hegel, nel 1831, apre la via a due tipi di contestazione della sua filosofia, nel frattempo diventata ufficiale. In effetti, dieci anni più tardi, nel 1841, due pensatori d’eccezione sostenevano la loro tesi di dottorato in filosofia: Karl Marx, a Iena, sulla Differenza della filosofia della natura da Democrito ed Epicuro, e Søren Kierkegaard, a Copenaghen, sul Concetto d’ironia costantemente riportato a Socrate.

Questi due pensatori così radicalmente diversi avevano sottotraccia  lo stesso riferimento, Hegel, e lo stesso obiettivo: l’inversione critica del sistema hegeliano. Ma, mentre l’opera di Marx, diretta contro l’idealismo di Hegel, in nome “del materialismo storico”, andava a dare nascita alle diverse forme di marxismo, quella di Kierkegaard, che fronteggiava, facendo perno sull’irriducibilità soggettiva dell’esistenza, il razionalismo e  l’oggettività di Hegel, doveva restare, sotto ogni  riguardo, totalmente eccezionale e marginale, almeno fino all’avvento dell’esistenzialismo del secolo successivo.  

Un autore isolato

Deliberatamente paradossale, nel senso più forte di questo termine, e tutta  centrata sull’esistenza del soggetto singolare ed unico, l’opera di Kierkegaard è consegnata dal suo autore ad una folla di anonimi firmatari: eccetto la sua tesi di dottorato ed alcuni discorsi pubblici, il filosofo danese non ha firmato col suo nome alcuno dei suoi testi principali, per i quali inventa una serie di pseudonimi gravati di un significato allusivo (Victor Eremita, Johannes de Silentio, Constantin Constantius, Johannes Climacus, Vigilius Haufniensis, Nicolaus Notabene, Hilarius il  Rilettore, William Afham, Frater Taciturnus, Anti-Climacus)… Ciascuno di questi personaggi fittizi, diversi ed a volte opposti, rappresenta un aspetto di Kierkegaard. 

«Solo con la parola di Dio», senza moglie né un mestiere, Kierkegaard, per il quale  la folla è il peggiore dei mali, vivrà risolutamente discosto,  alla larga dalle masse  questi «banchi di aringhe».  Del resto, tutto ciò che dipende dal numero o, a maggior ragione, «dal più grande numero» (guerre europee, rivoluzioni, esposizioni d’arte, giornali a grande tiratura, ecc.) è, ai suoi occhi, poco importante. Per lui, solo l’eccezione è misura dell’importanza: afferma che «un solo uomo basta» quando si tratta  «del rapporto reale con Dio, che è la cosa capitale tra tutte». L’esistenza di Kierkegaard fu eccezionalmente segnata dalla preoccupazione di questo “rapporto” al punto che, alcuni giorni prima della sua morte, egli confidava al suo amico, il pastore Boesen, che la sua vita era stata una grande sofferenza, sconosciuta e  incomprensibile agli altri: «Sono laureato in teologia ed avrei certamente potuto ottenere una parrocchia, ma invece di ciò, io sono divenuto l’Eccezione». 

Un autore religioso

Quindi Kierkegaard   ha cercato, in tutti i suoi scritti, di eliminare la conoscenza oggettiva a favore del soggetto esistente: ha tentato di riannodare i legami dell’esistenza con il pensiero autentico, e rivendicare, contro la preoccupazione scientifica dell’obiettività, i diritti imprescrittibili della soggettività. Ma, a differenza del filosofo tedesco Max Stirner, che pubblica, per parte sua, nel 1845, sotto il titolo L’unico e la sua proprietà, la bibbia dell’individualismo anarchico ed ateo, Kierkegaard àncora l’individuo alla dipendenza terribile e assoluta del suo Creatore. La sua opera, nella quale si distingue  Timore e tremore (1843), è quella di uno scorticato vivo, che, dal fondo della sua singolarità, della sua finitudine e della sua passione, si proclama soggetto assoluto, strettamente definito dalla sua relazione impenetrabile con Dio. Non v’ è, secondo lui, da cercare   altro ancoraggio nell’esistenza, ed i filosofi si esauriscono invano a trovare una verità prima.  

Una filosofia autonoma

Il primo paradosso del pensiero del filosofo danese è che rifiuta non soltanto il sistema hegeliano, ma, più generalmente, ogni filosofia, per incentrarsi solo sulle proprie questioni, sulle proprie certezze ed angosce religiose. Come dice lui stesso, Kierkegaard è, in effetti, «un autore religioso» e la sua opera è «religiosa» dall’inizio alla fine, cioè fino al decimo numero del Momento, pamphlet rigorosamente anticlericale, al quale lavorerà fino al momento della  morte.  

La base della morale

Per Kierkegaard, «essere religiosi» è chiedersi come diventare cristiano in un paese in cui «tutti sono cristiani» e dove «chiamarsi cristiano è così tanto la condizione di qualsiasi successo in questo mondo, che non si potrebbe neppure avere il diritto di guadagnarsi da vivere  come tenutario di bordello, senza attestate che si  è battezzati e che si è (cioè che ci si dichiari) cristiani» (Diario).  

Non possiamo  evitare di chiederci come questo pensatore d’eccezione, esclusivamente preoccupato da questioni religiose e  impregnato  da grande solitario  del cristianesimo del  Nuovo Testamento, possa  essere anche quel filosofo la cui influenza fu decisiva, non soltanto su Gabriel Marcel, Karl Jaspers e Martin Heidegger, ma anche su un filosofo risolutamente ateo come Jean-Paul Sartre. Certamente ciò si spiega con il fatto che l’opera di Kierkegaard, sotto copertura di cercare il senso dell’esistenza, solleva, in modo radicale, di fronte al sistema hegeliano ed alla filosofia giudeo-cristiana, il problema della base della morale.

L’etica dell’assoluto

Sotto diverse forme, gli scritti di Kierkegaard rimettono in discussione l’autorità della religione ufficiale e le pretese morali della chiesa cristiana, che, nello spazio di diciotto secoli, ha conosciuto pochi accusatori così spietati come il filosofo danese; allo stesso tempo polemizzano con l’autorità della ragione e  con le pretese fondatrici del razionalismo. In effetti, così come accusa i pastori di essere «falsari della cristianità»  di aver fatto man  bassa del divino e qualificando la chiesa ufficiale «di società lucrativa di trasporto verso l’eternità»  del pari Kierkegaard denuncia nel razionalismo hegeliano l’illusione di stringere la realtà concreta  nelle maglie astratte del suo sistema o, come dice col suo stile iperbolico «come il cartello che si può vedere presso un bottegaio e che annuncia “qui si ripassa la biancheria”, ma se si porta la propria biancheria da ripassare, si resta delusi: l’insegna reca la dicitura “ a vendere” ». (l’alternativa).  

Kierkegaard nega ogni esistenza alla storia universale. Ai suoi occhi, esistono soltanto individui creati da Dio, e stanno soli  di fronte al loro Creatore, come il relativo di fronte all’assoluto, in una dipendenza non temporale. Tale esistenza può autenticamente essere vissuta soltanto nella passione, nel senso cristiano del termine. È per questo che Kierkegaard, irretito dalla passione di Cristo, non ha cessato di ergersi contro l’esistenza inautentica  «degli uomini di Dio» che si arrogano il titolo di «testimoni della verità» ma che meriterebbero piuttosto quello di            « sepolcri imbiancati»  poiché vivono confortevolmente della parola di Dio.  In compenso, Kierkegaard confida ai lettori del suo Diario che giunse a desiderare di  entrare nella polizia  «per essere più vicino alla passione vera, quella dei ladri e delle prostitute». Secondo il filosofo, con la passione è l’eternità assoluta che penetra nel tempo relativo della nostra esistenza. 

Le fasi dell’esistenza

La questione dell’esistenza, in particolare quella dei vari  Stadi sul cammino della vita (1845), è al centro dell’opera del filosofo.

Sottolineando con forza l’importanza di un impegno personale nell’esistenza, Kierkegaard distingue tre fasi esistenziali (o tappe) che segnano il percorso della vita umana:

Lo stadio estetico (del greco aisthêsis, “sensazione”) è quello dell’esistenza colta «nell’immediatezza delle sensazioni» che è rappresentato, al di fuori di qualsiasi religione e di ogni preoccupazione morale, da tre figure leggendarie – Don Giovanni rappresenta il piacere, Faust il dubbio, l’ebreo errante Ahasvérus la disperazione; 

Lo stadio etico è quello dell’esistenza nella generalità sociale e nel tempo storico; vi accede il cittadino sposato, responsabile, rispettoso delle leggi, preoccupato di distinguere il bene dal male. Socrate figura filosofica del Saggio, comprende la più alta realizzazione umana di questo stadio che in quello più terreno e rappresentato dalla figura dell’Assessore Guglielmo. 

Lo stadio religioso si distingue radicalmente dalle fasi precedenti e dalla religione socialmente stabilita, che è soltanto una caricatura indecente della vera religiosità. Poiché questa è un affare assolutamente individuale, che si presenta sotto due aspetti: la religiosità A, che è «la dialettica della interiorizzazione», consiste nel riferirsi ad una felicità eterna, senza essere condizionato da niente;  la religiosità B, sola veramente autentica, è «la religione del paradosso». Impegna il credente appassionato «a fondare su un  sapere storico una felicità eterna» cioè a credere – contro qualsiasi ragione – alla felicità eterna annunciata paradossalmente dall’incarnazione di Dio, in un certo momento della storia. L’uomo, sintesi paradossale di determinazione temporale e d’aspirazione all’eterno, può compiere la sua esistenza soltanto nella fede, che la alza in questa fase ultima, con «timore e tremore» in una relazione personale, intima e straordinaria con Dio. 

Solo Abramo («il cavaliere della fede») è il campione di  quest’esistenza religiosa dell’individuo sotto lo sguardo di Dio, poiché ottempera senza resistere quando Dio gli ordina di violare la legge che lui stesso ha  decretato («non ucciderai »). Murato nel suo silenzio, e attingendo la propria forza nel segreto intimo della  sua interiorità,   rifiutando ogni consiglio e qualsiasi «ragione», sacrificherà   suo  figli Isacco, «il bambino della promessa».

Per Kierkegard gli stadi dell’esistenza sono totalmente alternativi: non Et et, ma Aut aut (titolo di un suo volume).

Il grido paradossale della interiorità

La riduzione ultima del  fondamento della morale alla pura interiorità, intesa come ordine intimato da Dio, esclude così ogni misura comune tra l’eterno ed il temporale, l’esistenziale e  lo  storico-mondiale, l’assoluto ed il relativo, che esistono soli, senza un’alternativa intermedia. 

Questo confronto della fede, della passione e dell’angoscia contro l’ottimismo volgare del “credente” oppone l’esistenza autentica all’esistenza inautentica. La  sacralizzazione  della interiorità fa di ogni soggetto morale una creatura consegnata a un  Dio  giudice e sottomessa, come Abramo, alla  più terribile delle prove, senza sapere se Dio cambierà la sua volontà all’ultimo istante e se il dialogo con Dio è qualcosa di più di un soliloquio.

«Se c’è un dio, scriveva già Pascal, è infinitamente incomprensibile, poiché, non avendo né parti né limiti, nessuna relazione ha con noi».  Almeno eravamo assicurati, con «la vera religione», della veridicità delle Scritture. Quest’assicurazione scompare con Kierkegaard, poiché la risoluzione straordinaria di Abramo  rimane così impenetrabile come l’esistenza di Dio, e le Scritture che la riportano sono degne di fede soltanto per chi ha  fede e per chi  la vive con timore e tremore.  

Mentre la chiesa ufficiale fa balenare con compiacimento la certezza che  la fede procura, Kierkegaard attesta che c’è fede soltanto in un’incertezza irrimediabilmente tragica. Con una fusione straordinaria dell’individualismo anarchico e del misticismo radicale, questo pensiero è immerso in seno a  ciò che chiama «il paradosso assoluto».  

L’opera di questo pensatore isolato, con la sua lezione allusiva e deliberatamente velata, offre due letture filosofiche possibili: si può riassumere in un rifiuto assoluto di tutte le imposture  politico-religiose, o anche in una vertigine  generata dalla scoperta, al di là  della morale e di ogni  “ragione pratica”,  dell’abisso affascinante quanto devastante del  pensiero dell’Assoluto.

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pagina a cura di Alfio Squillaci

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