Quaderni del cinema di Enzo Gallitto – La Frusta Letteraria

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IL CINEMA ITALIANO DEGLI ANNI ’60 – 5 FILM

Accattone – Pier Paolo Pasolini (1961)

 “Lavorare stanca” è il titolo di una bella raccolta di poesie di Cesare Pavese, ma potrebbe anche essere il motto del protagonista del film di Pasolini. Accattone, interpretato splendidamente da Sergio Citti (un attore non professionista che ha collaborato anche alla sceneggiatura) è l’esponente tipico del sottoproletariato urbano di cui Roma è ricca. Rifiuta per principio di integrarsi nel sistema sociale il cui presupposto è il lavoro come fonte di sostentamento e modalità di vita. Pur di non lavorare è disposto a tutto: sfrutta una prostituta, Maddalena, che lavora per lui, vive di espedienti, ruba, imbroglia, insomma tutto fuorché il lavoro. E non solo non ha rimorsi, ma addirittura nel suo intimo ritiene che ci sia quasi un aspetto “nobile” nel suo operato e deride chi è inserito nel sistema e da questo è sfruttato. Quando sul ponte del Tevere è in procinto di gettarsi in acqua per un rito che si ripete negli anni, può esclamare con orgoglio “diamo soddisfazione al popolo…”.

  E’ separato dalla moglie e in un impeto di resipiscenza tenta anche di tornare da lei, ma viene respinto e quasi malmenato dai suoi parenti. Incontra una ragazza dolce e accondiscendente, Stella, di cui s’innamora. Pur di regalarle un paio di scarpe, non esita a rubare una collanina dal collo del figlio piccolo; alla fine però non esita a mandare anche lei sul marciapiede a fare la vita. Stella però si ribella. Accattone nel suo animo ha una certa consapevolezza della situazione drammatica in cui versa ed una notte sogna anche come segno premonitore il suo funerale. Gli amici seguono il feretro e lui osserva tutti i dettagli con attenzione e chiede anche che la sua fossa venga spostata dall’ombra al sole. Decide infine, disilluso anche da Stella, di fare un colpo con alcuni amici, ma la polizia è sulle sue tracce e a seguito di un inseguimento ha un incidente, cade malamente e muore a ridosso di un marciapiedi. Le ultime parole che pronunzia sono “ora sono contento”. 

  La descrizione, il racconto che ne fa Pasolini è epico e tragico insieme. Accattone è un rappresentante di una classe fuori dagli schemi, ma allo stesso tempo spensierata ed in qualche modo anche felice, malgrado il degrado delle borgate e l’assenza di alcuna finalità di vita; gli ultimi esponenti di una società che rifiuta l’integrazione nel processo produttivo e capitalistico del lavoro, ma che l’autore ama e descrive con partecipazione e che vede come ultimo baluardo all’omologazione della società del nostro tempo.

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Il sorpasso – Dino Risi (1962)

Anche Bruno il protagonista del film di Risi, come Accattone, non ha voglia di lavorare, ma intende la vita in tutt’altro modo: nella vita lui si diverte in ogni istante e con ogni espediente, approfittando dell’indulgenza e della simpatia che sa procacciarsi da tutti con la sua vitalità ed esuberanza.  

 Il film narra la storia di due giorni, a cavallo di ferragosto, i cui protagonisti sono due giovani, Bruno (interpretato da Vittorio Gassman) e Roberto (Jean-Louis Trintignant), un giovane studente molto timido e preoccupato per i suoi esami. Quei due giorni insieme non fanno che scorazzare felici con la spider, in giro per l’Italia del boom economico di quegli anni. Sono due giorni di follia con un susseguirsi di mattate, di Bruno, e di situazioni a volte imbarazzanti per Roberto, che non è abituato a questo genere di vita. Infatti i due non potrebbero essere più differenti: Roberto che pianifica la sua vita: lo studio, la ragazza che ancora non ha abbordato, ma che vorrebbe forse anche sposare, gli esami da fare… e Bruno che non ha un’attività fissa, vive di espedienti, approfitta della casa della moglie da cui è separato per risparmiare e non andare in albergo, della figlia che è fidanzata con un uomo attempato, più grande del padre, ma pieno di soldi. Combina ogni genere di scherzi a volte anche atroci ai danni del prossimo, ma è di una vitalità e di dinamismo che trascina.

  Quando Roberto, pensando all’esame da sostenere, timidamente gli suggerisce che “forse… non è il caso…” di accettare l’invito per un giro in barca, Bruno immediatamente gli risponde “è sempre il caso” e in poche parole ha esposto la sua filosofia di vita: approfittare sempre e di tutto, non lasciare nulla. Il suo motto potrebbe essere “carpe diem”, ovvero cogli l’attimo fuggente.

  Kierkegaard (un filosofo danese dell’ottocento) ha scritto un libro “Aut-aut”, sull’estetica ed etica della personalità. In questo saggio teorizza due atteggiamenti caratteriali degli uomini: uno, “l’estetico”, che vive nel momento, che coglie con spensieratezza tutto ciò che la vita offre di buono, non pensa al passato, né fa piani per il futuro, ed il prototipo di questo tipo di vita, secondo lui, è “il libertino”. K. scrive nell’ottocento, ma noi ora potremmo dire il “playboy”, lo “scapolo impenitente”, insomma un tipo proprio come Bruno.

  L’altro, invece “l’etico”, è un individuo che vive nella continuità del tempo, che si assume la responsabilità di quello che fa, che pianifica la sua vita con obiettivi che intende seriamente raggiungere; il prototipo di questa personalità è “lo sposo”, ossia il tipico marito che sceglie di formare una famiglia, che è conseguente con le scelte che fa, assicurando la sussistenza (e la riproduzione) alla sua famiglia, con l’obiettivo di procurarle un’esistenza serena.  

  Non credo proprio che Risi abbia letto o pensato a Kierkegaard quando ha fatto il suo film, ma certamente il confronto e la coincidenza sono notevoli. Alla fine del saggio K. risolve il confronto indicando la superiorità della personalità “etica”. Roberto invece, malgrado il rigetto che ha avuto all’inizio verso il tipo di vita di Bruno, man mano che lo conosce, sembra in qualche modo affascinato dall’esuberante personalità dell’amico. Bruno è certamente più 

brillante, più acuto osservatore, sa sempre cogliere l’opportunità in ogni situazione e dà certamente il meglio di se durante la sequenza della visita di Roberto ai suoi parenti in campagna. Bastano solo pochi minuti di frequentazione perché Bruno diventi il beniamino di questi parenti; riesce quasi a sedurre una zia di Roberto (e suo segretissimo amore quando era piccolo), non solo ma si accorge pure che il cugino non è figlio dello zio, ma del fattore della tenuta agricola. Insomma basta quel soggiorno di poche ore per scombussolare tutte le convinzioni di Roberto che in tanti anni incredibilmente non era riuscito ad accorgersi di niente. La stessa cosa avviene quando vanno a Castiglioncello e incontrano la moglie e la figlia di Bruno e tutta la compagnia dei loro amici. E’ sempre lui il mattatore che sfida tutti, e tutti seduce con la sua simpatia e istrionismo. 

  La società in cui siamo immersi ci costringe, nostro malgrado, a tutta una ripetitività di azioni, sempre le stesse (studiare, lavorare, sposarci, fare figli, comprare la casa, educare i figli, sposarli, etc.) passi che bisogna necessariamente superare per affrontare la vita, i suoi problemi, le nostre necessità. E se cambiassimo completamente punto di vista ? Non è forse del tutto sbagliata la riflessione che fa Roberto e questa idea lo convince che forse vale la pena di vivere almeno qualche giorno da leone. Roberto comincia a pensare che forse sia lui a sbagliare e che una vita come quella che conduce Bruno gli sarebbe più confacente (“questi due giorni sono stati i più belli della mia vita” confessa), ed allora è lui che spinge l’amico a correre con la spider, sempre più forte sui tornanti della strada, a “volare, ancora di più…”, a correre e sorpassare tutte le auto, finché davanti alla spider lanciata a folle velocità non appare un camion !

  Nell’incidente muore solo Roberto. Perché è il più debole ? Perché deve pagare per aver osato infrangere le regole? Bruno, invece, che si è subito buttato fuori dalla macchina prima che precipitasse nel dirupo, si salva. E’ il più forte, il più adatto a sopravvivere? il più veloce a cogliere l’attimo fuggente?  

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Rocco e i suoi fratelli – Luchino Visconti (1960)

La famiglia Parondi, madre e quattro figli, Simone, Rocco, Ciro e Luca, si trasferisce dalla Basilicata a Milano dove è già emigrato il figlio più grande Vincenzo ( ). Riescono a trovare una sistemazione in una casa molto modesta ed i figli, ognuno per proprio conto, si arrangiano in ogni cosa cercando di trovare un qualche lavoro. E’ una famiglia molto unita e salda, ma ben presto si manifestano le diverse reazioni che ognuno di loro ha verso il nuovo ambiente in cui sono arrivati.

  Simone (Renato Salvatore) conosce una prostituta, Nadia (Annie Girardot), e si avvia subito su una cattiva strada, sedotto com’è dal denaro facile e dagli allettamenti della grande città. Rocco (Alain Delon) invece trova un lavoro modesto, ma viene richiamato e deve partire per fare il militare. Ciro si mette a studiare e riesce ad entrare come meccanico in una grande azienda. 

  Il conflitto, che è il punto focale del racconto, nasce dal rapporto tra Rocco e Simone. Rocco (che Ciro dice “è un santo”) è sempre incline ad aiutare Simone che si caccia continuamente nei guai e si sacrifica spontaneamente per coprire tutte le sue malefatte, anche quando deve compromettere le sue mire ed il suo futuro. Il comportamento di Rocco è di primo acchito inspiegabile e richiede un approfondimento concettuale.  

  A chi gli chiedeva se si deve perdonare fino a sette volte per un danno patito, come impone la Torah, l’antica legge ebraica, Gesù rispose “bisogna perdonare non sette volte, ma settanta volte sette…” cioè bisogna perdonare sempre! Perdonare sempre, amare gli altri come se stessi e non ergersi mai a giudice del nostro prossimo (come insegna la storia del tentativo di lapidazione dell’adultera). Questa è l’essenza del messaggio cristiano. Ma una cosa è additare un ideale… e un’altra metterlo in pratica; il nostro mondo va ormai per altre strade, e il comportamento di Rocco (a cui Alain Delon da un’interpretazione superba) è certamente fuori del comune.

  La cultura occidentale ha sposato l’etica della responsabilità ed ha rinunciato da troppo tempo al messaggio cristiano: ossia, prima di agire, occorre valutare le conseguenze prossime e remote delle nostre scelte e di queste assumersi tutta la responsabilità. Altra cosa invece è l’etica cristiana che si può definire, in un certo senso, l’etica dell’obiettivo. Esiste un fine che il cristiano sceglie, vivere cioè per salvarsi l’anima e guadagnare il Paradiso. Ogni scelta, rinuncia, sacrificio o sofferenza di cui il cristiano si fa carico, è un mattone in più che serve a lastricare il cammino verso il Regno di Dio; il resto non conta…!

  E Rocco si comporta proprio così: malgrado gli innumerevoli errori e delitti di cui Simone si macchia, non si erge mai a giudice dei suoi misfatti, ma lo perdona sempre offrendo se stesso in sacrificio. Gli lascia subito Nadia, di cui era molto innamorato, quando si accorge quanto fosse importante per il fratello; per restituire i soldi che Simone ha rubato non esita a firmare un contratto capestro con il suo allenatore. E infine, quando Simone irrompe in casa ancora macchiato del sangue di Nadia che ha appena ucciso all’Idroscalo, proprio mentre lui festeggia un’importante vittoria alla box, Rocco è pronto a soccorrerlo, nasconderlo e forse anche a farlo scappare.

  Ciro però questa volta si oppone. Ciro ha una diversa personalità: è una persona integrata nel sistema e ragiona con una mentalità razionale. In un breve colloquio che ha con il fratello più piccolo gli spiega bene come ci si deve comportare. Bisogna prima ben valutare cosa si vuol fare nella vita, poi occorre studiare, prendere un diploma e cercare un lavoro se si vuol tirar su una famiglia. Ragiona con l’etica della responsabilità ed ha ben capito che perdonare sempre e coprire sempre le malefatte di Simone, come fa Rocco, non solo non serve a nulla, ma lo si danneggia perché gli si impedisce di prendere coscienza del suo stato. E questo non perché non gli vuole bene, forse lo ama come e più di Rocco, ma capisce che il perdono in questo caso non è assolutamente produttivo. 

  Ciro telefona così alla polizia ed il destino di Simone si compie.  

Rocco, quindi, pur non professando esteriormente alcuna religiosità, in realtà si comporta da perfetto cristiano, anzi, in un certo senso, come un martire; e questo non per scelta ragionata, ma in modo istintivo e passionale, e solo per il profondo affetto che nutre verso il fratello ( ). 

  E’ da sottolineare, però, che questa religiosità innata non gli deriva dalle sue origini: infatti il cattolicesimo non ha fondamenta così solide ed evangeliche nella “cultura contadina” del sud Italia. Anche lì la religione è ridotta a puro rito esteriore o tutto al più a desiderio di protezione e consolazione nella sventura. Chi avesse dei dubbi su quest’aspetto può rivedere “I basilischi”, quel bellissimo film della Wertmuller del ‘63, o leggere le opere di Ignazio Silone, ambientate anch’esse nel meridione d’Italia, dove l’autore illustra la cultura povera di quei posti, ma anche la fierezza e la tenacia dei suoi abitanti. 

  Visconti usa la storia (cioè l’emigrazione sud-nord di quegli anni) solo come quadro di riferimento al “racconto” del film, perché in realtà sviluppa un discorso svincolato e specifico basato solo sulla personalità di ogni personaggio: l’amore, l’odio, le passioni individuali, insomma prevale nettamente l’aspetto “melodramma” rispetto alla questione sociale che pure è sottesa nella storia ! Tanto è vero che, anche se Rosaria Parodi ed i suoi 4 figli, invece che venire dalla Basilicata, fossero venuti dalla Bassa Padana oppure dalle Langhe o da qualsiasi altro posto di Italia, ed anche se tutti i fratelli avessero origine ognuno da una diversa città, la storia o meglio “il racconto” portato avanti da Visconti potrebbe avere uno svolgimento analogo e lo stesso senso compiuto. 

  In questa ottica è chiaro che il fervorino finale fatto da Rocco al fratellino Luca sulla necessità di “tornare un giorno al loro paese di origine”, si spiega solo nel rispetto del quadro di riferimento, ma non per una effettiva necessità scaturita dal racconto.

Salvatore Giuliano – Francesco Rosi (1961)

Il bandito Giuliano imperversò nella Sicilia del dopoguerra, dal 1943 inizio della sua latitanza fino al 1950, cioè fino alla morte per mano del suo luogotenente Gaspare Pisciotta. Ne ‘46 entrò nel movimento separatista siciliano EVIS che lottava per l’indipendenza della Sicilia dal potere centrale, ma con l’amnistia concessa per tutti i reati politici dallo Stato e sciolto l’esercito, Giuliano ritorna al banditismo terrorizzando tutta la zona della Sicilia occidentale.  

  Quando nel ’47 sembra che il “Blocco del Popolo” abbia vinto le elezioni, gli agrari decidono un’azione dimostrativa contro i contadini ed convincono Giuliano e la sua banda a sparare contro la folla riunita per la festa del 1° maggio nella località di Portella della Ginestra. L’episodio solleva un enorme risentimento popolare e lo Stato decide d’intervenire radicalmente. Viene costituito il Corpo Repressione Banditismo al comando del colonnello Luca a cui vengono conferiti poteri eccezionali. A poco a poco i banditi vengono catturati, anche con l’ausilio dei capimafia locali che non vedono di buon occhio l’attività eversiva della banda che disturba i loro affari, ed infine anche Giuliano viene tradito e ucciso da Pisciotta che si è accordato con i carabinieri.  

  Gli episodi salienti della storia di Giuliano fanno da sfondo alla narrazione del film che è in pratica una rappresentazione corale della realtà siciliana di quel tempo. Non è quindi un film “biografico” in senso stretto, ma piuttosto un “affresco” che, con una tecnica di tipo documentaristico, descrive l’arretratezza economica e culturale dei siciliani, gli intrecci tra poteri costituiti e mafia, le velleità di una classe politica impreparata e corrotta, nonché lo strapotere degli agrari, cioè i proprietari dei latifondi che la fanno da padroni, come da sempre hanno fatto in Sicilia, alle spalle dei contadini sfruttati ed ignoranti.

  L’effetto “documentario” è reso evidente dall’utilizzo della voce narrante che, come raccordo, ricorda ogni tanto gli avvenimenti storici del periodo, dai continui flash back, nonché per la tecnica di ripresa con la splendida fotografia di Gianni di Venanzo che usa una pellicola molto contrastata, con bianchi e neri assoluti. Vengono usate anche di sovente riprese di massa e da lontano e riprese aeree che schiacciano quasi le persone a terra… a quella terra di Sicilia a cui il destino ha da sempre voluto abbarbicare ed avvinghiare la vita dei contadini siciliani. 

  Quando il film descrive i rastrellamenti condotti di casa in casa, o le donne spaventate che cercano di riprendersi i mariti portati via dalla polizia, o della vita di tutti i giorni dei paesi (Montelepre, Castelvetrano) le persone, riprese dall’alto, diventano piccole come formichine impazzite che sciamano dappertutto.

 Rosi non fa suo il “mito” di Giuliano (una icona, diremmo oggi) allora molto vivo nell’immaginario popolare: la figura fisica di Giuliano è appena accennata, ripresa sempre di spalle o, al più, di tre quarti e, sempre in campi lunghi, con l’immancabile impermeabile bianco al comando dei suoi uomini. Non sappiamo nulla di lui e del suo punto di vista, tranne un’unica frase che rivolge a Pisciotta.

  La strage di Portella della Ginestra è una sequenza memorabile del film. Mentre tutta la folla è riunita e dal palco i politici fanno discorsi infuocati per la terra che, secondo loro, finalmente sarà assegnata ai contadini, si sentono dei colpi di fucile e di mitraglia. All’inizio nessuno capisce cosa succede, poi cominciano a cadere sotto i colpi qualche donna, un bambino, un cavallo… ed è un fuggi fuggi generale. Gli autori della strage restarono e sono tuttora sconosciuti, ma l’artificio di non far vedere da dove sparano e chi spara sulla folla, provoca sgomento ed è di una drammaticità unica.

  Altra scena indimenticabile è quella in cui la madre di Salvatore Giuliano, è chiamata a fare il riconoscimento della salma di “Turiddu”, cioè del figlio. Nel silenzio più assoluto, il suo dolore si esprime con l’abbraccio tenero del corpo steso su un marmo bianco ed i baci che gli da come se fosse ancora vivo. E’ una “mater dolorosa” che piange il figlio morto, come Maria con il Cristo; da questo punto di vista, il dolore delle madri è sempre lo stesso.  

  Il percorso del film è discontinuo a causa dei flash back, ma in ogni modo nella seconda parte predomina il racconto del processo che si fece a Viterbo per la strage di Portella. Il giudice (un ottimo Salvo Randone, siciliano anche lui…) inutilmente cerca di districare la matassa: è impossibile ricavare qualcosa tra la reticenza e l’omertà degli imputati che pure dimostrano una certa dignità e coerenza. “Si dovrà fare un giorno il processo per la morte di Salvatore Giuliano, ed in quella occasione dirò tutto quello che so” grida minaccioso Pisciotta al giudice. Ma non avrà mai questa opportunità perché viene ucciso in carcere con la complicità dei secondini.

  Rosi dimostra di non parteggiare per nessuno tra i vari protagonisti delle lotte in Sicilia: pur tuttavia si nota che non infierisce mai contro Giuliano e la sua banda. Evidentemente la sua intima convinzione è che, malgrado i loro delitti e ruberie, in definitiva i giovani “picciotti” sono solo l’anello più debole della catena e che le principali responsabilità vanno ai notabili, alla mafia e a tanta parte del potere costituito che direttamente o, quanto meno, per omissione hanno la vera responsabilità della tragedia del popolo siciliano.  

  Dal film si ricava un senso di smarrimento e di desolazione per la realtà di una terra, peraltro bellissima ed affascinante per la sua natura e la sua storia, ma sempre martoriata dagli stessi problemi che sembravano allora, e sono tuttora irrisolti. E Rosi ci dice anche qualcosa in più: sono difficili, se non impossibili, anche da conoscere e da capire ! Cioè la verità oggettiva sulla realtà che ci circonda, non la sapremo mai, e questo specialmente se riguarda i grandi problemi sociali e strutturali della nostra società !

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Il posto – Ermanno Olmi (1961)

E’ la semplice storia delle vicissitudini di un ragazzo che va a Milano per concorrere ad una selezione per un posto di lavoro presso una grande azienda. In pratica una “storia di successo”, perché alla fine riesce ad ottenere il lavoro, ma raccontato con molta partecipazione e afflato, mettendo in evidenza le problematiche che il protagonista incontra a contatto con la grande città (la Milano rutilante e piena di lavori dei primi anni ‘60). 

  Il protagonista ha tutta una serie di problemi che il regista mette bene in evidenza, come la tensione e la preoccupazione per un incontro che, come gli dice anche il padre, può essere “decisivo per tutta la sua vita”. Viene da una famiglia estremamente modesta (forse la famiglia di un operaio) che vive a Meda, un sobborgo di Milano, ed ha un evidente impaccio a contatto con la grande città. A questo si aggiunga che l’ambiente di lavoro di una grande azienda, specialmente in quei tempi, era molto formale e distaccato. C’è un abisso tra i dirigenti e il personale, che Olmi illustra acutamente con molti particolari. Il distacco però, non è per superbia o iattanza dei superiori, ma solo perché a quel tempo (non è ancora arrivato il ’68) così si usava. Tutto l’impianto del film è a livello minimale: prevalgono i primi piani del ragazzo che, di pochissime parole, quasi muto, con i grandi occhi sgranati guarda l’ambiente che incontra ed i suoi interlocutori. Pur se molto timido, in realtà non è passivo e riesce anche a fare amicizia con una ragazza che, come lui, tenta l’assunzione. Gli sguardi tra loro, i piccoli gesti con cui si scambiano una certa affettuosità, le poche frasi che si dicono, sono disegnate e rappresentate con rara maestria ed analisi dei sentimenti più reconditi. Non succede quasi nulla, ma quel poco è realizzato filmicamente con molta intensità e partecipazione e con un tratto veramente poetico. Nella seconda parte, quando ormai la sua assunzione è stata decisa e il ragazzo inizia ad andare al lavoro, Olmi allarga un po’ i confini della storia e illustra le figure dei vari impiegati con le loro piccole miserie e gli impacci quotidiani. E’ notevole, ad esempio, la sintetica storia dell’impiegato che di notte di nascosto scrive il romanzo (forse della sua vita…). Anche se in questa seconda parte l’analisi è sempre accurata e sottilissima, si perde un po’ la linearità del racconto e della storia dei due protagonisti, che resta, secondo me, la parte più riuscita e poetica del film.  

“ZABRINSKY POINT” – MICHELANGELO ANTONIONI – 1970

  Dopo la fine della II° guerra mondiale gli Stati Uniti d’America hanno avuto un prodigioso sviluppo economico che proseguì poi anche negli anni ’50 e ’60 e che si concretizzò in quello che fu chiamato “american style of life” ossia lo stile di vita americano, che si impose a tutto il mondo, imitato anche dall’Europa e quindi dall’Italia. Gli elettrodomestici, la televisione, i frigoriferi, le gite nei weekend, il mito delle automobili e tutta la cultura americana in genere si diffusero anche da noi, con una malcelata invidia di essere sempre in ritardo con un gap temporale di molti anni rispetto ai nostri cugini di oltre atlantico. 

  Antonioni con questo film compie una specie di rivisitazione dell’America e del mito americano con occhi europei, con un evidente volontà di demitizzare questa cultura, una volta egemone, o almeno di metterne in rilievo le evidenti contraddizioni. La sua intenzione però non si risolve in un film politico o di denuncia sociale, ma usa quell’ambiente (geograficamente forse la California o il Nevada) solo come cornice alle sue tesi esistenziali ed umane che sono il vero fulcro del film, pur condividendo ed utilizzando anche alcuni spunti tipici del cinema americano, quali la ribellione, la fuga, la corsa verso la morte…

 La disanima impietosa dell’America degli anni ’70 prende lo spunto dalla contestazione giovanile contro la guerra in Vietnam e si allarga poi a tutta la società in genere. Le citazioni sono discrete e non rimarcate, ma si colgono subito e lasciano il segno: la severa brutalità della polizia in assetto antisommossa, l’uccisione di un agente e di uno studente, la vendita delle armi ai ragazzi e i consigli assurdi su come usarle, etc.  

  Anche la stessa contestazione giovanile non sfugge alle sue osservazioni critiche: gli studenti vorrebbero cambiare il mondo, ma non hanno le idee chiare sul da fare, sentono solo l’impulso a ribellarsi ed agire in qualsiasi modo, ma non hanno obiettivi definiti. Un guazzabuglio di idee diverse e contrastanti, in cui non è estraneo anche il diverso punto di vista tra neri e bianchi, che inseguono un sogno indefinito, o meglio indefinibile, e che in fondo riflette il vuoto esistenziale di quella generazione.

  L’analisi di Antonioni non risparmia neppure la società degli “adulti”, delle persone che investono, che producono, il cosiddetto “establishment”, ossia la classe dirigente, che pensa a salvaguardare i propri interessi e che ha appunto nella polizia la principale difesa del suo tenore di vita agiata. Sono loro a creare, ad esempio con disinvolte speculazioni immobiliari, quel livello di benessere che si esprime poi nei circoli sportivi, nelle case per le vacanze, i campi da tennis e da golf, i barbecue e le bistecche alte quattro dita… Solo che la società che creano, definita appunto la “affluent society”, risulta stereotipata, artificiosa ed è ben rappresentata dai manifesti pubblicitari che affollano le vie, con mille logo e lusinghe consumistiche, e dai manichini di plastica senza vita che illustrano la campagna pubblicitaria che la ditta di Allen, un affarista con pochi scrupoli, sta approntando…  

IL FILM

Il nucleo principale della storia si sviluppa in una sola giornata e racconta di due giovani, Mark (Mark Frechette) e Daria (Daria Halprin), che per ragioni diverse vogliono evadere dalla loro vita quotidiana.  

  Mark abbandona l’assemblea che alcuni studenti hanno indetto per decidere il da farsi sull’occupazione dell’università, sfiduciato dall’aridità dei loro discorsi. Acquista molto facilmente una pistola e si trova poi coinvolto all’università in una sparatoria tra gli studenti e la polizia. Sospettato dell’uccisione di un poliziotto, fugge via e in un aeroporto privato ruba un aereo e vola via verso il deserto. 

  Dallo stesso desiderio di fuga è presa Daria (una segretaria, una ragazza probabilmente di buona famiglia) che con una macchina si dirige anch’essa verso il deserto per raggiungere Phoenix, ma non si conosce il motivo del suo viaggio. Mark insegue la macchina di Daria non appena la intravede dall’alto dell’aereo. La sensazione che ha però lo spettatore è che due tipici mezzi della moderna tecnologia, cioè un aereo ed un’automobile, si inseguono e sembra che l’aereo faccia la corte alla macchina.

  Mark è costretto ad atterrare perché si accorge che all’aereo sta per finire la benzina. Daria lo raggiunge, deviando dal suo percorso. I due giovani fraternizzano facilmente e, per cercare un distributore, arrivano in macchina a Zabrinsky Point, dove si fermano subito rapiti dalla bellezza del posto: un deserto smisurato con rocce e pendii di mille colori, dal bianco al giallo, dal verde all’ocra che si estendono a perdita d’occhio.  

  Il “deserto” è la perfetta metafora della vita per questi giovani: aperto, illimitato, infinito permette qualsiasi movimento o evasione e qualsiasi sogno ad occhi aperti, ma nello stesso tempo si rivela anche il vuoto assoluto, la mancanza di tutto, ed in particolare di ciò che è necessario per vivere. Il posto si chiama appunto “Death Valley” ossia “la Valle della Morte”. A quella vista Daria commenta “E’ un bellissimo posto, è tranquillo”, ma Mark le risponde “E’ morto…”. 

  I due ragazzi si inoltrano in quello spazio libero ed incontaminato e si ritrovano a giocare come bambini… cominciano a rincorrersi, a spingersi, si rotolano per terra, gridano a perdifiato, recuperando la vena ludica della loro giovane vita.

  Come era facile supporre, ad un certo punto quell’intimità fisica si fa più prossima e finiscono per far l’amore. Hanno scoperto che pur nel vuoto e nella solitudine del posto, loro invece sono vivi e quindi si ritrovano nel legame più semplice e primordiale dell’umanità, cioè l’amore che rappresenta il livello base che tutti unisce e affratella. E’ certamente un gesto simbolico il loro atto d’amore, tanto che, a riprova del suo valore universale ed emblematico, la valle si riempie anche di altre coppie, ragazzi e ragazze che come loro si rincorrono, giocano e fanno l’amore. Solo quando l’atto è finito, lo sguardo di Daria, girando intorno per quegli spazi infiniti che li circondano, si accorge del vuoto e della solitudine della valle in cui sono rimasti soli.

  Mark in un impulso di resipiscenza (borghese?) decide di tornare indietro e restituire l’aereo che ha rubato. Ma questa decisione gli sarà fatale, perché il mondo degli adulti non capisce il suo gesto, che ha interpretato come un furto bello e buono, ed in una imboscata sproporzionata per numero di poliziotti ed auto che lo attendono all’aeroporto, finisce per ucciderlo con una spietatezza che resta assurda ed incomprensibile. 

  Daria tramite la radio viene a conoscenza dell’epilogo della vicenda e della morte di Mark ma, pur agitata e sconvolta per l’evento, decide in ogni modo di proseguire il suo viaggio verso Phoenix. Al suo arrivo, in una bellissima villa moderna, dotata di tutti i confort, riconosce che non ha nulla che la coinvolga e le interessi. Non dice una sola parola e lascia Allen, il suo principale, che ha dei problemi a vendere il suo progetto di lottizzazione del deserto, e fugge via. Prende la sua auto e cerca di mettere più spazio possibile tra lei e la villa, che solo ora in lontananza vede forse nella sua vera essenza: come un escrescenza tumorale, estranea all’ambiente, che cresce sulla sabbia e tra le rocce pulite del deserto.

  Ma ad un tratto questa villa esplode, come la profezia di una moderna apocalisse non annunciata. Un’esplosione che vediamo e sentiamo da diverse angolazioni e distanze, che distrugge tutto: le camere, la terrazza, le suppellettili, i muri, facendo alzare un minaccioso fungo di fumo e fiamme, eloquente allusione al simbolo atomico.  

  Ad un tratto però non si avverte più il rumore delle esplosioni e nel silenzio assoluto, con il solo accompagnamento di una chitarra che in maniera straziata e malinconica commenta le immagini, assistiamo ad un balletto fantastico in cui oggetti di tutti i tipi vengono scagliati in aria e fluttuano inconsistenti nello spazio privi di peso: un televisore, un frigorifero, un pollo crudo, dei vestiti, della biancheria intima, tavoli, sedie e quant’altro può esserci nell’arredo usuale di una casa, tutti simboli di quella società dei consumi che Daria delusa vorrebbe cancellare per sempre. 

EPILOGO

Nel 1922 Oswald Spengler, un filosofo della storia tedesco, scrisse un poderoso saggio intitolato “Il tramonto dell’occidente” in cui presagiva la fine della cultura occidentale a conclusione del suo ciclo storico, secondo lui, ormai esaurito. Fu un libro che fece epoca ed è rimasto da allora come emblema dell’insicurezza della nostra società nei riguardi del futuro che l’attende.

  Nel finale del film gli emblemi ed i simboli dell’”occidente” nella concitata esplosione della villa ci sono tutti: la televisione, i vestiti, gli elettrodomestici, i libri, etc. E, a conclusione della giornata, assistiamo anche al “tramonto” su cui si ferma lo sguardo malinconico di Daria, che non può avere un significato così banale e scontato per essere stato scelto come inquadratura finale del film. Forse è solo un caso questa combinazione di elementi, ma non si può escludere che Antonioni, che certamente conosceva l’opera di Spengler, abbia voluto inserire questa dotta citazione letteraria con un accostamento certamente simbolico, ma anche molto significativo.

Roma, aprile 2009

FRANCIS FORD COPPOLA – 1979

Il 15 gennaio del 1973, sul tetto dell’ambasciata a Saigon, l’ambasciatore americano, con sotto il braccio la bandiera che per l’ultima volta ha ammainato, sale su un elicottero della US Navy e lascia definitivamente il Vietnam. Le immagini di questo episodio circolarono in tutto il mondo e sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo come il simbolo della sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam. L’esercito americano, dopo ben dieci anni di guerra (1964–73) non era riuscito a prevalere sull’ostinata resistenza della guerriglia locale a difesa della propria nazione e si trovò costretto a ritirare le proprie truppe dal Paese, lasciando dietro di sé una nazione completamente distrutta e diversi milioni di morti.

  F. F. Coppola con questo film ha voluto mettere a nudo la psicologia dei militari che combattevano in Vietnam, la loro arroganza, la presunzione e in fondo quello che forse era il peccato capitale che ha generato la sconfitta, cioè l’essersi fatti coinvolgere in una guerra che il popolo americano non sentiva e non voleva. Una guerra obiettivamente difficile non per carenze tecniche, ma per la mancanza di un motivo ideale ed emotivamente valido per combattere quella guerra e quindi tentare di vincerla.

  Nel film non si parla di battaglie (l’offensiva del Tet, la battaglia di Saigon, la strage di My Lai), né di grandi operazioni militari di massa come i classici film sul Vietnam, ma Coppola riesce lo stesso a dare una visione delle problematiche della guerra condotta sul campo, con un’attenta analisi introspettiva dei personaggi, dei loro sentimenti e della tensione morale che la guerra genera sempre nell’animo umano.

LA STORIA

La vicenda del film è relativamente semplice : il capitano Willard dei servizi speciali riceve l’ordine da parte della Cia di eliminare il colonnello americano Kurtz che nella giungla vietnamita, ai confini con la Cambogia, sottraendosi agli ordini del suo comando, combatte una guerra personale. Tutto fa pensare, stando alle informazioni che si hanno, che egli sia uscito di senno e vani sono stati i tentativi di ricondurlo nei ranghi; anzi una precedente e analoga missione affidata ad un altro ufficiale ha sortito solo l’effetto di far schierare anche questo ufficiale dalla parte di Kurtz.

  Willard, malgrado sia già molto provato da precedenti missioni, accetta l’incarico, ma per recarsi sul posto deve fare un lungo viaggio su di un battello, risalendo il fiume Nung che lo porta ai confini con la Cambogia dove si trova Kurtz. E’ proprio questo viaggio che gli da l’occasione di verificare di persona la condotta dei militari, ufficiali e soldati, la mancanza di motivazione, le discrepanze degli ordini e il caos che regna nelle fila dell’esercito americano. Il “viaggio” diventa così l’occasione di una riflessione sui valori in gioco tra le fila dei militari, della condotta della guerra da parte degli alti comandi e quindi inevitabilmente anche una riflessione sull’atteggiamento che ha portato il colonnello Kurtz ad assumere quella condotta che gli sembra, man mano che si avvicina alla sua destinazione, in parte spiegabile e forse comprensibile.

  L’impianto del film è tutto fondato sull’analisi psicologica dei personaggi, lasciando la guerra sullo sfondo ed analizzando invece il conflitto personale tra il senso del dovere in guerra e la propria morale personale, e conseguentemente la tensione che si crea tra le azioni da compiere e i limiti del comportamento ragionevole. Prima di entrare nel dettaglio dei personaggi, analizziamo le componenti che psicologicamente spingono le persone ad agire.

  In genere, un comportamento “equilibrato” tiene conto di tre componenti : il senso del dovere “ciò che devo fare”, il proprio desiderio personale “ciò che vorrei fare” e la possibilità di azione “ciò che posso fare” le quali tutte e tre insieme influiscono e determinano alla fine la decisione di ciò che si fa realmente.

  Per quanto riguarda il “senso del dovere”, ognuno di noi dovrebbe essere portato a seguire ciò che la nostra intima convinzione morale, di natura sociale, religiosa o civile che sia, ci impone di fare. Per un militare in guerra, invece, il senso del dovere è, gioco forza, rappresentato da ciò che i superiori, cioè la sua “linea di comando” gli intima di fare. Al di là della immedesimazione nel ruolo che svolge, un militare però è sempre un uomo e non può cancellare il senso della sua morale che dipende essenzialmente dalla formazione e dall’educazione che ha ricevuto.  

  Quando vi è divergenza tra contrastanti “doveri morali” e specialmente il conflitto tra ciò che ci viene imposto e la nostra convinzione personale, si determina una situazione lacerante che determina uno stress emotivo il cui superamento dipende solo dalla forza d’animo e dal carattere della stessa persona che lo vive. Esaminiamo da questo punto di vista i tre principali protagonisti del film di Coppola.

Il colonnello Kilgore

Dei tre personaggi principali del film, il più coerente in un certo senso, è il colonnello Kilgore (interpretato da Robert Duvall): per lui il suo dovere – uccidere i vietcong – è ciò che i suoi superiori gli chiedono e coincide perfettamente anche con la sua personale convinzione, cioè con la sua morale personale. Poiché ha il comando di un reparto di Cavalleria Aerea ha la possibilità di farlo e quindi trova naturale attaccare in pompa magna con gli elicotteri un villaggio vietnamita e distruggerlo completamente con tutti i suoi abitanti al suono della “Cavalcata delle Valchirie” di Richard Wagner ( ). Non ha scrupoli di sorta per i nemici, la sua sola preoccupazione è il morale e la vita della sua truppa e quindi si dà da fare per far soccorrere i feriti affinché siano portati all’ospedale il più presto possibile; insomma un ottimo comandante che fa coscienziosamente il proprio dovere. 

  Quando ha finito il suo compito – macabro, ma secondo lui indispensabile e giusto – trova naturale dedicarsi al suo hobby preferito, cioè il surf, così come farebbe un dirigente di una grande azienda di New York che, finito il proprio lavoro, fa a fare una partita a squash per tenersi in forma. Ma, per praticare il surf in quel golfo che è sotto il tiro di un mortaio da parte di un cecchino, deve dare l’ordine all’aviazione di bombardare tutta la costa con il napalm. Così, per far fuori quell’unico cecchino, distrugge con un rogo immenso tutta la foresta circostante. Conclude poi con la battuta che è rimasta famosa :