OH, I MOSTRUOSI  ORCHI. E. Wilson stronca Tolkien

           OH, I MOSTRUOSI  ORCHI!

Oo, THOSE AWFUL  ORCS,  vai al testo originale >>>

Una recensione-stroncatura   de Il signore degli anelli

di Edmund Wilson

Tratta da The Nation, 14 aprile 1956.

Traduzione di A.S.

tp-5337051            Nel 1937, il dr. J.R.R. Tolkien, professore nell’università di Oxford, pubblicò un libro per bambini intitolato  The Hobbit, che ebbe un immenso successo. Gli Hobbit sono una razza semi umana,    abitano in un paese immaginario chiamato la Contea, e   combinano le caratteristiche di alcuni animali inglesi – vivono in delle case che sembrano tane come quelle dei conigli o dei tassi – con le caratteristiche dei campagnoli inglesi, che vanno dal villico al gentiluomo di campagna (il nome sembra essere una contrazione  di “rabbit”  e  “Hobbs” ). Essi hanno Elfi, Trolls e Nani per vicini, e sono amici di un mago chiamato Gandalf, come pure di una creatura anfibia e viscida chiamata Gollum. Il dr. Tolkien cominciò a interessarsi ai racconti fiabeschi del proprio Paese, e partendo dalla sua piccola storia giunse a imbastire una grande favola  che è apparsa sotto il titolo generale de Il signore degli anelli  in tre volumi: La Compagnia dell’anello, Le due Torri, e  Il ritorno del re. Ogni volume è corredato di mappe, e  il dr. Tolkien, che è filologo e professore d’inglese e di letteratura al Merton college, ha rilasciato l’ultimo volume con una documentazione erudita in allegato  che spiega gli alfabeti e le grammatiche delle diverse lingue parlate dai suoi personaggi, fornendo anche le genealogie complete e le cronologie storiche. Il dr. Tolkien ha annunciato che questa serie – il seguito ipertrofico di The Hobbit – è destinata agli adulti piuttosto che ai bambini, ed ha avuto un’accoglienza clamorosa presso un gran numero di critici che si è certamente accresciuto nel corso  degli anni. Mr. Richard Hugues, ad esempio, ha scritto che nulla del genere  era stato tentato dai tempi di  The Faerie Queen(1), e che « per profondità d’immaginazione regge quasi il  confronto».

tp-5337051« È strano, sapete», dice Miss Naomi Mitchison, « che si prenda tutto ciò altrettanto seriamente di un  Malory (2)». E  Mr C.S. Lewis, anch’egli professore a Oxford, è capace di superarli tutti: « Se in tema d’invenzione fa  concorrenza all’ Ariosto, senza  spuntarla » inanella il nostro, « manca tuttavia  di poco il suo sincero eroismo ». L’America non è stata da meno. In  The Saturday Review of Literature,  Mr. Louis J. Halle, autore del  libro Civilization and Foreign Policy, risponde in modo seguente ad una signora che, abbassando i suoi occhiali a pince-nez, gli aveva chiesto che cosa ci  trovasse in Tolkien: « Lei si sta forse chiedendo cos’ha a che vedere  questo mondo immaginario con il nostro? Se ha un senso? Ma lei, allora, si chiede anche qual è quello dell’Odissea, della Genesi, del Faust?  In una parola?  Ma, in una parola, il suo significato è “eroismo” ».  Questo libro rende il nostro mondo, ancora una volta, eroico. Quale più alto significato di questo si  può si trovare in letteratura?

tp-5337051Ma se si prendono questi panegirici  prima di aver letto il libro si può restare delusi, sorpresi, sviati. Il vostro critico ha letto ad alta voce  tutta l’opera alla figlia di sette anni, che aveva interamente letto  The Hobbit un numero incalcolabile di volte, ricominciandolo non appena lo terminava, ed il cui interesse è stato tenuto vivo da questi volumi susseguenti, molto più prolissi. Ci si può chiedere perché l’autore si sia proposto di scrivere un libro per adulti. Ci sono, certamente, alcuni dettagli che sono un po’  fuori luogo in un libro per bambini, ma, eccetto quando diventa pedante e noioso per il lettore adulto, c’è poco, nel Signore degli anelli, che ecceda la testa di un bambino di sette anni. È principalmente un libro per bambini – un libro per bambini che si è in certo qual modo smarrito a partire dal momento in cui, al luogo di puntare al bersaglio di un  mercato “infanzia”, l’autore si è dedicato allo sviluppo di un mondo fantastico per il proprio piacere; e deve essere detto, a questo punto, prima di insistere sulla sua insufficienza letteraria, che il dr. Tolkien avanza invero poche pretese per il suo romanzo fantastico. In una dichiarazione redatta per gli editori  ha spiegato che ha iniziato a divertirsi lui stesso, come in un gioco filologico: l’invenzione delle lingue è alla base e le “storie”  sono state imbastite per fornire un mondo alle lingue, piuttosto che il contrario. «Avrei preferito scrivere in Elfico». Ha anche dichiarato di aver  omesso, nel libro appena pubblicato, una buona parte di filologia: «ma ci sono molte questioni linguistiche… implicite o esplicitate sotto forma mitologica nel libro.

« È per me, in qualche modo, e in grande parte, una prova  d’estetica linguistica, come   dico a volte alle persone che mi chiedono “di che cosa parla il libro”… “Parla” nient’altro che di sé. E non ha certamente intenzioni allegoriche generali, particolari o attuali, morali, religiose o politiche».

Una storia fantastica per bambinoni, una curiosità filologica – ecco ciò che è realmente Il signore degli anelli.   La pretenziosità è tutta degli ammiratori del dr. Tolkien, e sono queste pretese che vorrei qui attaccare.

tp-5337051Il più distinto degli  ammiratori di Tolkien e il più brillante dei suoi difensori è stato Mr. W.H. Auden. L’ Auden è un maestro del  verso  inglese ed è un ben agguerrito critico di poesia che nessuno, come si dice, oserà contraddire. È significativo, dunque, che egli commenti la cattiva qualità dei versi di Tolkien – c’è una grande quantità di poesia nel Signore di anelli. Mr. Auden è però abbastanza insensibile – distratto com’è da altri interessi – al fatto che anche la prosa di Tolkien sia così cattiva. La prosa e i versi esprimono uno stesso livello di dilettantismo professorale. Credo che ciò che ha fuorviato Mr. Auden sia stata la sua preoccupazione del tema  leggendario della Ricerca. Egli ha scritto un libro sulla letteratura della Ricerca; ha sperimentato il tema stesso in una sequenza notevole di sonetti; ed è da sperare che ne faccia qualcosa su più grande scala. Durante questo lasso di tempo – come succede talora con un lavoro che procura qualche interesse – senza dubbio gli è accaduto di sopravvalutare Il signore degli anelli perché vi ha scorto qualche cosa che avrebbe voluto aver scritto egli stesso. È infatti la favola di una Ricerca, ma, per il vostro critico, degna di miglior causa. L’eroe non ha tentazioni serie; né è attratto da alcuna insidiosa malìa, o ossessionato da qualche dilemma. Ciò che ci concede è un semplice confronto – più o meno nell’ambito di un melodramma britannico – delle Forze del Male contro le Forze del Bene, il cattivo stralunato  contro il piccolo-coraggioso-eroe-di-paese.

tp-5337051Vi sono dei momenti di fantasia: i vecchi alberi-spirito, gli Enti, con il loro sguardo profondo, la loro barba di ramoscelli, la loro voce rombante; gli Elfi, la cui nobiltà e bellezza sono inafferrabili e non proprio umane. Ma anche queste sezioni sono maldestramente trattate. Non c’è mai molto sviluppo in questi episodi; continuate semplicemente ad avere poco più della stessa cosa. Il dr. Tolkien ha poco talento narrativo e nessun istinto  della forma letteraria. I personaggi parlano una lingua di racconto di fate che sembra essere uscita direttamente da Howard Pyle(3), e come personalità, non si impongono da sé. Alla fine di questa lunga storia non avevo neanche una precisa raffigurazione del mago Gandalf, che è un personaggio essenziale;  non avevo potuto afferrarlo nella sua totalità. Perlopiù, questi personaggi che il dr. Tolkien è capace di inventare, restano perfettamente stereotipati: Frodo il buon  piccolo inglese, Sam il suo servo ossequiente come un cagnolino, dalla lingua popolare e rispettosa, che non lascia mai il suo padrone. Questi personaggi, che non sono personaggi, sono  implicati in avventure interminabili la cui povertà inventiva mi sembra quasi patetica. Nel paese in cui Hobbit, Elfi, Enti e altre Brave  Persone vivono, vanno a incocciare contro  le Forze del male, e devono chiamarsi a raccolta per salvarlo. L’eroe è uno hobbit chiamato Frodo, che si è trovato in possesso di un anello che Sauron, il Re dei Nemici, brama (che dotta e sottile trovata – non vi fa venire la pelle d’oca?). A dispetto dei dinieghi dell’autore, la lotta per l’anello sembra avere altro più grande significato. Quest’anello, se si continua a indossarlo, conferisce poteri speciali, ma  si appesantisce vieppiù, ed esercita un’influenza sinistra contro cui occorre combattere e resistere. Il problema è per Frodo sbarazzarsene  prima di soccombervi.

tp-5337051ORA, questa situazione crea un interesse, e sembra aprire possibilità narrative. Si cerca un conflitto bizzarro, un nuovo genere di sottilissimo sbocco narrativo  nel quale Frodo, nel regno Nemico, si vedrebbe circuito  adottando  il punto di vista del nemico, e nel quale,  il regno delle ombre e degli orrori gli sembrerà, una volta che vi sarà entrato e che sarà forte del potere dell’anello, un luogo   piacevole ed accogliente, sfuggendo per un pelo al pericolo di diventare egli stesso un mostro come loro. Ma questi mostriciattoli non sono proprio così terribili: debolucci  e sciocchi,  non danno l’impressione di possedere una reale forza . I Buoni gli fanno semplicemente “Bau-sette”. Ci sono i Cavalieri Neri, di cui tutti hanno paura ma che non sembrano nulla di diverso da semplici spettri. Ci sono uccelli spaventosi che incombono – pensate, uccelli rapaci orribili! Ci sono poi dei disgustosi Orchi   che raramente arrivano al dunque. C’è un ragno femmina gigante – un ragno spaventoso che fa venire i brividi lungo la schiena – che vive in una buia sentina dove mangia la brava gente. Ciò che manca in tutto questo terrore  è una sola traccia di realismo concreto. Il sovrannaturale, per essere efficace, dovrebbe essere fornito di una qualche solidità, di una reale presenza, di elementi riconoscibili – come Gulliver, come Gogol, come Poe; non come questi fantasmi orrendi alla maniera di   Algernon Blackwood (4)  e così deludenti rispetto alla ricchezza fantastica dei paesaggi  nei quali vengono collocati. I mostri  di Tolkien   somigliano a quei fantasmi nella loro mancanza di contatto con le loro vittime, tanto che esse si comportano contro di loro come noi facciamo coi nostri sogni, semplicemente scacciandoli o soffiandoci sopra. Come per Sauron, il

sovrano di Mordor (questo nome non vi fa rabbrividire?) che concentra nella sua persona tutto l’orrore della Contea, e le cui  gesta si narrano nei  tre volumi. Fa la sua prima comparsa, piuttosto promettente, come un occhio giallo  bordato di fuoco visto attraverso uno specchio d’acqua. Ma non si va lontano da qui. Una volta che il regno di Sauron è invaso, pensiamo che alfine lo incontreremo; ma non resta nient’altro che un occhio fiammeggiante che scruta tutto ciò che avviene intorno alla sua buia torre. Tutto ciò potrebbe, invero, essere trattato efficacemente, ma effettivamente non lo è, e non sentiamo mai il potere di Sauron. E  il climax   per il quale abbiamo atteso per novecentonovantanove  pagine a stampa  in corpo dieci, quando arriva, risulta essere estremamente piatto. Ci si sbarazza finalmente dell’anello gettandolo in un cratere di lava, ed il regno di Sauron “vacilla” sotto un breve e banale terremoto che dà luogo ad un  fuoco che brucia tutto, esonerando così l’autore dal raccontare al lettore cosa mai ci fosse laggiù. Frodo è arrivato alla fine della sua Ricerca, ma il lettore è uscito indenne dalle ferite e stanchezze del suo viaggio. Un’impotenza d’immaginazione mi sembra avere sabotato tutta la storia. Le guerre non sono mai dinamiche; le prove non danno sensazioni di tensione; le belle non fanno fondere i cuori; i mostri non farebbero del male ad una mosca.

tp-5337051Dunque, com’è stato possibile che questi interminabili volumi, che sembrano al critico delle fanfaluche, abbiano suscitato tanti omaggi come quelli di cui ho riferito sopra? La risposta è, credo, che alcune persone – specialmente  in Inghilterra, forse – hanno un formidabile  appetito per il trash bambinesco. Non accetterebbero un trash adulto ma, di fronte a questi oggetti da fanciulli, regrediscono alla fase mentale che appagava  tanto in Elsie Dinsmore (5) ed in Little Lord Fauntleroy (6)e che sembrano avere fatto di Billy Bunter, per così dire, una figura nazionale. Potete vederlo nel tono che prendono nello scrivere su Tolkien: fanno le bolle, strillano, sussurrano, si appoggiano su Malory e Spenser – i quali hanno un incanto ed una distinzione che Tolkien non ha mai sfiorato.

tp-5337051Quanto a  me, se proprio debbo leggere di regni immaginari, datemi la Poictesme di James Branch Cabell (7). Scrive almeno per gli adulti, e non presenta il teatro della vita come un confronto tra i Buoni e i Trolls. Può racchiudere in un episodio di tre pagine quel che a Tolkien richiede un capitolo di venti,  e può creare effetti  più inquietanti rinviando a qualcosa appena accennato, mentre a Tolkien occorre  tutta una demonologia.

Edmund Wilson

Edmund Wilson

critico americano (1895 – 1972)

Vedi  un breve profilo qui 

John Ronald Reuel Tolkien

(1892-1973)

Il lettore-tipo del Signore degli anelli appare a Wilson, se adulto,  come un bamboccione ingordo di storie puerili.

Gerald Campion (1921 – 2002) interprete di Billy Bunter

è il  ‘greedy schoolboy’  (scolaro goloso) inglese di una serie televisiva di successo della BBC degli anni ’50, anni in cui Edmund Wilson stroncava Il signore degli anelli.

1) Poema di Edmund Spenser (1542 -1599) lett. “La regina delle Fate” . Poema allegorico in tre volumi, il primo uscì nel 1590

2) Thomas Malory, sir (1408 – 1471). Poeta inglese., autore del poema sul ciclo bretone,  “Le Morte  Darthur”

3) Howard Payle (1853 – 1911). Scrittore inglese che si ispira perlopiù alla storia inglese. Celebre i suoi romanzi “The Story of King Arthur and his Knights”, “The Merry adventures of Robin Hood”

4) Algernon Blackwood (1869 – 1951). Scrittore inglese di storie di fantasmi.

5) Ramanzo del 1867 di  Martha  Finley, scrittrice inglese di libri per l’infanzia.

6) Romanzo del 1886  di Frances Hodgson Burnett , scrittrice anglo-americana di libri per l’infanzia.

7)  Poictesme è una  provincia fantastica francese dei romanzi fantasy di  James Branch Cabell (1879-1958)

Altri saggi di Edmund Wilson su questo sito:

tp-5337051L’educazione sentimentale di G. Flaubert – Lettura critica.

tp-5337051L’altro volto di Casanova – saggio critico.

tp-5337051

tp-5337051Hemingway misura della morale – saggio critico.

tp-5337051

“DECONSTRUCTING TOLKIEN has something to offer just about everyone, no matter where your particular passions may lie. In this collection of essays, stories, discourses, and tributes, Ed McFadden has gathered together a wide range of topics, perspectives, and outlooks on some of the most intriguing factors concerning THE LORD OF THE RINGS. LORD OF THE RINGS is a masterpiece that can be examined and re-examined through the course of one’s life. The complex narrative, written with nonlinear gambits, plot-twists, stratagems, and a fusion of secondary stories, offer themselves up to continual review and analysis.” -from the introduction by Tom Piccirilli, author of Mean Sheep, The Night Class and Grave Men

Il libro affronta l’incredibile vicenda che in Italia è toccata in sorte a J.R.R. Tolkien: a partire dagli anni Settanta l’autore del Signore degli Anelli è stato oggetto nel nostro Paese di una bizzarra strumentalizzazione, accompagnata da una produzione di saggi critici che hanno letteramente “cucito” sulle avventure di Frodo, Gandalf e soci significati che il loro autore non si sarebbe mai sognato di suggerire. Il risultato è stato un travisamento sistematico dei fondamenti della sua opera, che ancora oggi resta sottinteso a un fenomeno di costume in rapida espansione. Paolo Pecere (1975) si occupa di filosofia e sta curando per Bompiani edizioni critiche di opere di Kant e Hegel; Lucio Del Corso (1976) è uno studioso di filologia classica.

Al di là dello strepitoso successo de “Il Signore degli Anelli” in versione cinematografica, la grande scoperta che oggi affascina anche il pubblico un tempo non interessato è proprio il travolgente risvolto ideale e il profondo retroterra religioso contenuto nell’immaginario del grande scrittore inglese. Avvalendosi anche di autografi e scritti mai tradotti in italiano, gli autori affrontano una fra le tematiche più coinvolgenti della “subcreazione” tolkieniana: quella del (vero o presunto) contrasto fra la cattolicità indiscussa dell’autore e la (apparente) assenza dell’elemento cristiano nelle sue opere, ove al contrario spiccano a prima vista contenuti della tradizione pagana.

Scrivendo questa fondamentale biografia, l’unica autorizzata dagli eredi, Humphrey Carpenter ha potuto avvalersi della stima e della frequentazione di J.R.R. Tolkien, e ha avuto accesso al suo immenso archivio privato. A partire da queste fonti, Carpenter ha tracciato il lungo e laborioso processo che ha prodotto “Il Signore degli Anelli” e gli altri capolavori, attraverso l’infanzia e gli anni di guerra, la carriera accademica e la maturazione della creatività letteraria, esaminando con competenza e acume critico la vita e l’opera dello scrittore.

© lafrusta Tutti i diritti riservati Traduzione adattata di materiale rinvenuto in Rete. Riproduzione vietata. Vietato il deep link.

Copia registrata in “corso particolare”.  Autorizzato l’uso solo per scopi didattici o di studio personali.