José Saramago -Le Intermittenze della Morte- Lettura di Chiara Piotto

tp-2995782

José Saramago – Le Intermittenze della Morte  –  Feltrinelli,  Milano 2013 – Traduzione di Rita Desti

“Il giorno seguente non morì nessuno.”

Cosa succederebbe se di colpo le leggi naturali cambiassero e proprio lì sull’orlo dell’aldilà nessuno facesse più il passo decisivo? Sarebbe un sogno, la terra promessa, una manna. Vita eterna ai felici mortali, liberi finalmente da quella scomoda punizione per il peccato originale.

Le Intermittenze della Morte di José Saramago è un assurdo viaggio sul filo tra luce e ombra. Un macabro teatrino che mette in scena l’eventualità di una vacanza della morte: contrariamente a quanto si pensi però, il cambiamento non porterebbe nulla di buono. L’uomo non è pronto per un simile cambiamento e riuscirebbe anche nella nuova situazione di immortalità a dare prova di bassezze tipiche di lui, perchè in fondo “resta pur sempre un uomo”. 

Insomma, se da un giorno determinato in poi in un intero paese non morisse proprio nessuno forse sarebbe istituita festa nazionale, ma ci sarebbe poco da festeggiare quando i moribondi sul filo della vita inizierebbero ad accatastarsi negli ospedali e nelle case, cocciuti comatosi che non vogliono saperne di darci un taglio, inutili fantocci sul bordo del baratro.

La società risentirebbe di un simile cambio di programma, non sapendo gestire la novità e mancando di qualunque tipo di self control britannico: cosa farebbero le agenzie di pompe funebri, le assicurazioni, le pensioni, cosa i politici e i politicanti, cosa la chiesa cattolica? Entrerebbero in gioco dinamiche contraddittorie, valori disumani, persino e non sorprendentemente un’organizzazione maphiosa (con la ph).

Quand’ancora la morte decidesse di porre fine alle sue ferie non pagate e tornasse a manifestarsi creando un’ecatombe nel giro di un secondo, cosa succederebbe – propone ancora Saramago – se si scoprisse amante del progresso e desse una svolta al vecchio sistema? Niente più stacchi improvvisi di corrente, bensì lettere viola recapitate per posta con otto giorni di anticipo al disgraziato interessato: “Il suo tempo scade tra poco più di una settimana, si prepari alla departita”. Che follia, che disperazione sarebbe per i poveri uomini, conoscere in anticipo la data della loro fine! Come prodotti da frigo, come mucche da macello. Cercherebbero di sfuggirle o si offrirebbero in stoici autodafè. Ma la morte non risparmierebbe nessuno.

Forte di un gioco dell’assurdo, Saramago conduce una ginnastica mentale intorno a ciò che significa la morte nella nostra società, cercando di dare un volto, una voce, un pensiero persino alla morte stessa. E’ un ritratto insolito ed ambivalente di una temibile ed imperiosa funzionaria che si fà da mietitrice a postina, fino allo scontro con la fatidica eccezione: un uomo, un qualunque violoncellista, che si ostina a non morire. Le lettere viola inviategli fanno irrimediabilmente ritorno al mittente. E’ necessario che la morte “in persona”, “in carne ed ossa” – qualunque espressione sarebbe un eufemismo – gli faccia visita per svolgere l’ingrato compito. Ma ad andargli incontro sarà una morte femmina, donna, pure carina.

Speculazioni sulla morte sottili e delicate, paradossali nel loro cinismo ed inquietanti nella loro linearità. Pagina dopo pagina, nello stile concitato che gli è proprio, l’autore infila come perle frasi divise a malapena da punti, spesso senza punteggiatura e volutamente senza la maiuscola. “Realmente non c’è nulla di più nudo di uno scheletro” scrive Saramago, eppure la sua morte sembra di poterla toccare, una parca divenuta protagonista di una storia non solo umana, il che è la normalità, ma di donna. 

Nel denso cogito su questa morte che viene e che va si scorge talvolta anche la parola “vita”: risalta bianca sul nero, lascia riecheggiare la sua presenza cristallina, ogni sua comparsa è una bolla di stupore. Una presenza, quella della vita, che diventa sempre meno rada mano a mano che ci si avvicina alla fine – del romanzo. Perchè in un mondo in cui ogni giorno catastrofi naturali, storiche e politiche portano via con sè una percentuale della massa umana del nostro pianeta, forse l’autore ha sentito il bisogno di darsi una spiegazione della parola “fine”, dell’altra faccia della medaglia. Ed ha saputo provare che, nonostante tutto, la cosa migliore è che ci sia la morte: che ci si vuol fare, così è la vita.

Chiara Piotto

animwhip1-1055602