«Felice chi è diverso». Sandro Penna, la ricerca della diversità e la «santità del nulla»- Saggio di di Giulio Savelli – La Frusta Letteraria

tp-2557901Quando si trovano dei benefici spirituali nella sofferenza si può riconoscere una matrice religiosa cristiana; l’eleganza spirituale, nella cultura occidentale, richiede sofferenza, e questa nella sua forma profana passa elettivamente per l’amore e per la creazione artistica. Il cristianesimo inoltre ha offerto il modello originario della diversità, intimamente connesso con la sofferenza, e dunque a sua volta imparentabile con l’amore e con l’arte. Quando l’amore, la creazione artistica, il pensiero contestano il mondo, quando la virtù cristiana si muta in profana conservando la sua capacità di designare chi rappresenta «il sale della terra», allora si dà la diversità. E così come la secolarizzazione ha conservato all’arte e all’amore la natura seria e profonda della sofferenza esaltata dal cristianesimo, così ha prodotto delle varianti della diversità originaria, edificandola come una costruzione a molti piani, uniti da comode scale e trabocchetti. Nello sviluppo della modernità la diversità è stata il corrispettivo esistenziale dell’arte rivoluzionaria, dell’opposizione politica radicale, della critica sociale e culturale, della trasgressione erotica, e ha accompagnato ora l’una ora l’altra di queste forme di opposizione. In Penna non c’è alcuna forma di lotta ideale o politica, né di distanza critica, ma una opposizione passiva quanto radicale al mondo. Il rifiuto non è colmato da argomenti e da pensieri, ma da corpi e da parole: eros e poesia in tale rifiuto globale sono congiunti. La poesia e l’amore per i ragazzini – per quelli che lui chiama invariabilmente i fanciulli -(17) sono specchi contrapposti, rimandano uno all’altro, e vivono in simbiosi: la poesia nasce dall’amore per i fanciulli e lo celebra, così come i fanciulli non sono individui incontrati, non sono persone, e neppure esperienze, ma le ostie adoperate per un rito interiore. Significato del rito, testimoniato dalla poesia, è l’astinenza dal mondo condiviso: quella che Pasolini ha definito la «santità del nulla» propria di Penna.(18) I fanciulli sono il segnaposto del ‘nulla’, il velo che lo avvolge, oltre a esserne la soglia. La diversità in Penna non è distanza critica, non si articola cioè come opposizione dichiarata, ma la sua radicalità esistenziale la rende un modello di ogni possibile rifiuto del mondo comune.

tp-2557901Tornando alla quartina Felice chi è diverso, ci si può ora chiedere come interpretare il secondo distico – «Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune». Il riferimento al Vangelo diviene qui asimmetrico: se nel Vangelo di Luca sono infatti i ricchi e i sazi a essere maledetti, in Felice chi è diverso i guai non sono per i comuni ma per i ‘diversi-comuni’. I guai, cioè, sono la condanna di una diversità che fallisce, il suo peccato. La maledizione che Penna lancia è diretta contro l’imperfezione che colpisce la diversità quando si mescola al mondo comune – quando, come potrebbe avvenire nell’inganno di una porta girevole, l’atto di uscita dal mondo diventa un ingresso nel mondo. Il peccato del digiunatore è il cibo: è la vita che si intromette nello spazio sacro della diversità, che spezza il temenos della purezza ascetica, che inquina il luogo separato da cui si guarda alla vita.

tp-2557901Il peccato, insomma, è l’opposto della poesia, è il prosaico dell’amore – è la semplice realtà della vita comune. Come accade che l’uscita dal mondo getti nel mondo? Probabilmente, è la soglia che consente di uscire, mille volte uscire, che può mettere in comunicazione col mondo: il corpo di un adolescente porta fuori di questo, ma anche dentro, e la sua violazione è un atto puro e impuro, sacro e profano, fisico e metafisico. Il sesso riporta al mondo comune. Non certo perché il sesso sia cosa sporca e colpevole, o perché lo sia il sesso fra adulti e adolescenti: in Penna il sesso è lieto e vitale e felice, solare come i suoi fanciulli; semmai lacrimevole per il povero mostro, ma sempre innocente nella sua essenza erotica.(19) Il sesso ha però delle scorie, delle quali si rintracciano deboli tracce nella poesia. Queste scorie sono particelle di vita comune, e manifestano gli esseri umani sotto il profilo umano anziché sotto quello numinoso. Il desiderio erotico rivolto verso il genere, verso la divinità nelle sue incarnazioni innumerevoli, porta fuori del mondo; ma se nella rete tesa per il fantasma rimane impigliata l’imprevedibile umanità di un individuo, se l’impermeabilità affettiva ne viene scalfita, se si affaccia attraverso i sensi un vincolo che può trascendere il daimon erotico, allora il sesso riconduce alla vita comune e alla sua prosaicità. La vita comune infatti non solo corrisponde alla piattezza, ma anche alla pienezza del mondo, alla sua densità di relazioni affaticanti, alla pesantezza dell’amore gravato dall’affetto, alla sua ricchezza che sazia, ingombra di preoccupazioni la vita e rende torpido lo spirito; a cui si oppone il vuoto della diversità, la rarefazione dell’altrove dal mondo e la leggerezza dello spirito che in esso si muove. Il secondo distico – «Guai a chi è diverso / essendo egli comune» –, dunque, ammonisce il poeta da se stesso, dalla sua fragilità umana, dalla sua incapacità di essere compiutamente diverso: ingiunge la «santità del nulla» – perché questa è impossibile da realizzare. In questa impossibilità echeggia l’esortazione con cui termina il Discorso della Montagna secondo Matteo: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (5, 48); e il commento di Mauriac: «Est-il dément? oui, c’est, au regard des hommes, un état de démence qu’il exige».(20) Essere diversi esige una «cheta follia»(21) il cui totale adempimento è impossibile. Non soltanto non si può essere fuori del mondo sempre, ogni istante della propria vita, ma proprio nell’essere diversi ci si può scoprire comuni.

tp-2557901Questi due versi, tuttavia, non solo ammoniscono circa la fragilità della diversità, ma indicano come il contatto fra diversità e mondo comune conduca a una perdita dell’innocenza – al peccato. Quando non è separatezza, ma condizione inclusa nell’essere comuni, la diversità perde ogni purezza, ogni santità, non è più il luogo a parte da cui guardare il mondo, ma è uno stare nel mondo, greve e torbido come il mondo stesso. È allora che vale quanto ne La religione del mio tempo affermava Pasolini: «essere diverso – in un mondo che pure / è in colpa – significa non essere innocente…».(22) Ciò che risulta compromesso nello stato del diverso che si trova a essere comune è la virtù della diversità, l’innocenza che proviene dalla sua natura antimondana.

tp-2557901Che la diversità erotica sia associata alla purezza e che l’essere comune o profano sia associato all’impuro deriva dalla natura originariamente religiosa della diversità in quanto tale. Mentre la mancanza di innocenza è infatti una caratteristica tipica dell’essere comune, e proviene direttamente dall’essere nel mondo, la cosiddetta perversione è in un certo modo il succedaneo disperato dell’innocenza, cercando nella ripetizione, nel rito, e nella mancanza di relazioni personali, la purezza e l’astrazione che il mondo non ha e impedisce di raggiungere. La perversione e il rito hanno entrambi la pretesa di un controllo magico del mondo. Come chi officia un rito o vi partecipa prefigura col suo agire un effetto preciso e prevedibile sul mondo spirituale, così il perverso si attende l’appagamento simbolico e perciò totale del desiderio. Adam Phillips, in uno dei suoi saggi psicanalitici, osserva che «le perversioni prefigurano sempre qualcosa», o che, «in altre parole, possiamo ritenerci perversi ogni volta che pensiamo di conoscere in anticipo ed esattamente quel che desideriamo».(23Conoscere in anticipo ed esattamente è il cuore della questione: ogni perversione, come anche ogni utopia, si fonda sulla pretesa di conoscere i desideri umani in anticipo e di prevenirli. La perversione è infatti una forma privata di utopia. Per tale motivo, intrinsecamente, è destinata al fallimento. Essere diversi è impossibile. Questa è forse la conclusione ultima che si può trarre dalla quartina di Penna – sebbene non sia la conclusione di Penna stesso. Nella sua opera poetica si alternano infatti e si mescolano i due atteggiamenti che appaiono in Felice chi è diverso: da un lato l’utopia erotica si trova rafforzata dalla propria inassimilabilità al mondo comune; dall’altro ci sono i «guai», che sono altro dalla sofferenza d’amore: sono l’innocenza perduta e il mondo senza desiderio, grigio e opaco, il mondo comune, sono in definitiva l’ombra di Saturno, divinità della malinconia e della malattia – miserie che Penna affronta con quieto stoicismo.

tp-2557901Non c’è invece in Penna (se non forse, velatamente, alla fine della sua vita e della sua produzione poetica)(24) uno sguardo sul mondo comune che ne intuisca la pienezza vitale oltre alla densa e noiosa banalità. Quando la carcassa di Gregor, racconta Kafka, venne finalmente rimossa dalla nuova donna di servizio, i genitori e la sorella andarono a fare una breve gita in tram fuori città; i genitori si accorsero di come la sorella minore di Gregor fosse diventata una graziosa fanciulla, e cominciarono a immaginare che presto si sarebbe sposata: con queste parole finisce il racconto: «E fu per loro come una conferma dei nuovi sogni e delle loro buone speranze quando alla fine del tragitto la figlia si levò per prima in piedi e stirò il suo giovane corpo».(25) La carcassa tutta ossa del digiunatore è stata invece pattumata insieme alla paglia della gabbia dagli addetti del circo; la vita è nelle famigliole che portano i bambini a vedere gli animali – la vita comune: quella che per Kafka è sempre stato l’orizzonte vitale irraggiungibile, e l’antitesi dello scrivere. Vita che altri scrittori hanno invece abbracciato, lasciando l’arte come un recinto sacro all’interno della propria esistenza borghese, per usare l’antitesi cara a Thomas Mann. Penna rappresenta un caso estremo di purezza, di coerenza e di cecità. «Guai a chi è diverso / essendo egli comune»: il conflitto che Tonio Kroeger ha sperimentato per la prima volta passeggiando sugli argini in compagnia di Hans Hansen è per Penna il limite estremo dello sguardo poetico, il panorama sfocato fra una sbarra e l’altra della gabbia. Non è il conflitto col mondo comune che interessa Penna, ma la delizia della sua assenza, e l’ossessione delle invisibili pareti che lo mettono in comunicazione con il nulla. Guai a scivolare per errore nell’essere comune.

Felice chi è diverso è una poesia della prima metà del Novecento.(26) Non potrebbe essere stata scritta in questi ultimi venti anni più di quanto non potrebbe esserlo un sonetto di Petrarca. Non è una questione di lingua o di stile. Semplicemente, il mondo a cui appartiene non esiste più. La diversità intesa come utopia privata e come distanza ascetica o estetica è assai difficilmente praticabile: è andato infatti perduto il senso da attribuire a una separatezza rispetto all’essere comune. Ciò vale per tutti i differenti piani della diversità, da quella politica a quella privata. Per quella politica, ad esempio, si ricordi il tormentato esilarante monologo morettiano di Michele, in Palombella rossa, che afferma e nega contemporaneamente la diversità insita nell’essere comunisti. L’utopia ha abbandonato la politica, così come il sacro ha lasciato l’arte, così come la perversione è diventata normalità, oppure citazione e replica, ironica o grottesca, di ciò che era, oppure, ancora, puro e semplice crimine. Un esempio di assimilazione può essere l’omosessualità, la cui ‘diversità’, proclamata e rivendicata, talvolta esibita, è diventata negli ultimi decenni il veicolo che la sta conducendo alla legittimità e all’omologazione. Certamente l’eros di Penna rimane ancora oggi problematico, culturalmente parlando. La trasgressiva zona d’ombra in cui egli si muoveva è stata tuttavia rigorosamente spartita in due territori, e la bellezza dei fanciulli oggi appartiene o al lecito della moda e delle sue numinosità da marketing, o all’abominevole universo criminale della pedofilia. O scintillio del desiderabile prescritto o tenebra del male assoluto, insomma, niente spazio per la diversità come distanza estetica dal mondo comune.

tp-2557901La qualificazione estetica della diversità era iniziata con l’età moderna stessa, con l’artista rinascimentale che in quanto ‘genio’ si differenziava dall’uomo comune, sviluppandosi pienamente nel Romanticismo attraverso l’opposizione fra ideale e reale e fra individuo e mondo, trovando infine nel corso della prima metà del Novecento il suo perfezionamento. Nella seconda metà del secolo la rivoluzione postmoderna ha scompaginato gerarchie e dislocazioni, mescolando ciò che era diviso e frammentando ciò che da secoli era congiunto. Il valore spirituale della diversità è stata una delle vittime di questa rivoluzione culturale, come lo sono stati gli adolescenti che Penna amava. Pasolini ha pagine accorate sul mondo scomparso che traspare come una testimonianza involontaria dal volumetto di racconti di Penna, Un po’ di febbre;(27) e in un articolo del ’75 uscito sul «Corriere della Sera», replicando a Moravia, affermava che l’omologazione culturale travolgente – ciò che qualche anno dopo sarebbe stato classificato come ‘il postmoderno’ – lo toccava non solo in quanto intellettuale o cittadino, ma nella sua vita intima: l’omologazione – scriveva – «consiste (…) in un vero e proprio cataclisma antropologico: e io vivo, esistenzialmente, tale cataclisma che, almeno per ora, è pura degradazione: lo vivo nei miei giorni, nelle forme della mia esistenza, nel mio corpo».(28) Assieme ai ragazzetti di Pasolini e di Penna stava dissolvendosi la possibilità di amarli – di dare un senso extraerotico a una diversità erotica. La massima sapienziale che recita «felice chi è diverso» stava diventando un anacronismo, o, al massimo, una parola d’ordine analoga a «nero è bello», una esibizione d’orgoglio finalizzata a fare della diversità una ‘differenza’.

tp-2557901Oggi risulta difficile capire di cosa Pasolini si lamentasse, oggi che il mondo è di nuovo stabile e in apparenza eterno nei suoi rituali di produzione e di consumo. La transizione è infatti compiuta. Oggi quasi sembra che la poesia di Penna alluda all’impossibilità di possedere oggetti e di avere uno stile di vita che sia davvero eccezionale e invidiabile; sembra che metta in guardia dall’acquisto di un modello di cellulare che pur essendo esclusivo non fa più tendenza perché ce l’hanno in troppi. Il fatto che la lettera del testo consenta questa interpretazione – un deliberato fraintendimento – dovrebbe gettare un lampo di luce sulla profondità esistenziale raggiunta dalla superficialità contemporanea. Per questo Felice chi è diverso ha bisogno di un commento, di una chiarificazione: perché pur essendo una poesia molto semplice, parla con la voce di un passato prossimo che ci è però così lontano nella sostanza esistenziale e culturale da produrre facilmente la sensazione della trasparenza senza che a tale sensazione corrisponda una comprensione effettiva. Cosa c’è infatti di più comune, intorno a noi, della diversità, e della ricerca della felicità attraverso il conseguimento di una diversità simbolica? La separatezza dell’essere diverso, la distanza estetica dal mondo condiviso, l’arte e l’eros come religione e come eresia – ecco quanto è andato perduto. In compenso, per così dire, la diversità si è resa disponibile quale opzione esistenziale di massa, senza innocenza, senza peccato, senza trasgressione; e l’universo globalizzato dei consumi potrebbe fare proprie le stesse parole di Penna, componendole in un ordine appena differente: «felice chi è diverso, essendo egli comune» potrebbe essere la massima che indica a tutti e a ciascuno il giusto posto nel mondo e la tranquillità dello spirito.

Giulio Savelli

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Saggio critico sulla poetica diversità di Sandro Penna