Banana Yoshimoto – Profilo letterario – LaFrusta

L’agrodolce pastiche di… Banana Yoshimoto

di Simonetta Caminiti

Amuleti, divinità senza nome dagli occhi serrati, artifici notturni: riflessi allucinati di milioni, milioni, di solitudini. E soprattutto, ciliegi: i ramoscelli rosei di un albero che in terra giapponese si chiama Sakura, costante di quegli sfondi di rami alti ai fianchi delle strade.

L’incantesimo degli anime del Sol Levante è ripreso dalle ricette letterarie del fenomeno Banana Yoshimoto. 

Figlia del saggista Yoshimoto Takaaki, l’autrice cela dietro lo pseudonimo esotico e universale un vero “pastiche” di atmosfere, che richiamano i tratti tipici del manga  (il fumetto di madrepatria conosciuto e apprezzato in tutto il mondo).

In poche altre mani si fondono così bene le semplicità tipiche dell’infanzia col tema, onnipresente e lugubre, dell’abbandono; sottigliezze ai limiti dell’incestuoso, ambiguità sessuali che sfiorano e suggeriscono, e quasi mai afferrano o dichiarano  pienamente. Malinconia e conflitto familiare.

Il richiamo dell’Occidente si esprime già nelle prime scelte di una Yoshimoto ancora studentessa, che come tesi di laurea dà vita a un racconto dal titolo Moonlight Shadow, ispirato alla omonima hit degli anni ’80, di Mike Oldfield. E Moonlight Shadow chiude il volume dell’opera prima: Kitchen (1989). 

“Banana” traccia subito i caratteri che si ripeteranno in titoli quali Tsugumi (la storia di un’adolescente, adorabilmente bisbetica, affetta da un male incurabile); o ne L’ abito di piumePresagio triste (il testo forse più denso di evocazioni da incubo), Honeymoon; per approfondire tocchi ancora più sperimentali in best-seller come N.P.

 A Banana sembra quasi non interessare di cosa si morirà, né per quale specifica ragione, l’io narrante di ogni sua storia affronterà l’oblio della completa, assoluta, desolazione. 

È inverno, è buio: è apparente assenza di una qualsiasi scintilla di calore umano. Ma, se esiste cosa che l’autrice nipponica dice di adorare, e proprio della sua terra, è l’impressione che “i cambiamenti delle stagioni siano così delicati e sottili come in nessuna parte del mondo.” Quali più appropriate premesse per innescare nelle sue trame piccoli, cruciali simboli di questa concezione del tempo? Il tempo della natura e della vita, segnato sempre da un dolore cui i personaggi rispondono con scelte folli, con l’assurditàEcco perché un uomo può diventare la migliore delle madri, partendo dalla trasformazione somatica,  solo per amore del figlio orfano: è questo il caso di Eriko, uno dei protagonisti di Kitchen, per certi versi precursore della Agrado di Tutto su mia madre (Pedro Almodovar). Hiraagi, invece, indossa l’uniforme femminile della fidanzata scomparsa, in segno di disperato rifiuto e d’ostentazione del lutto. 

Sembra ricorrere a stimoli tragicomici, la giovane Yoshimoto, per disincarnare la sofferenza, ponendola in una prospettiva trasfigurante e dolcemente eccentrica, tipizzata, forse teatrale. Eppure ogni storia si chiude nel segno della parola hikari,  la luce, l’incontro con qualche angelo che accende il bagliore della speranza, e scalda all’improvviso come l’arrivo della primavera o dell’alba. Il “Mai più” è in Banana Yoshimoto una sponda dalla quale siamo tutti separati come dal fragore di un fiume in corsa, e che pure ci troviamo innanzi nostro malgrado ogni giorno. Ma ad ognuno di noi è data l’occasione di riconoscere il miracolo della rinascita, di poterla salutare con la gioia commossa di un bambino.

L’arricchimento più recente di questa commistione arriva forse negli esercizi del 2006, Ricordi di un vicolo cieco, racconti che ospitano pennellate erotiche più sincere e immaginose, forse debitrici, o in ogni caso simili, al mondo di Anaïs Nin

Inutile disconoscere un orizzonte di impellenza commerciale, nelle valutazioni della Yoshimoto, che dispensa interviste adulatrici ai critici italiani e non nega di puntare al Premio Nobel. Inevitabile scoprire nel suo apporto alla narrativa del nuovo millennio un gusto audace, ingenua e sapiente demistificazione che ha saputo fare sue le attenzioni del pubblico giovanile in ben diciotto lingue, non mancando di vincere le ritrosie dei più diversi palati letterari.  

Simonetta Caminiti