Alexandre Dumas, Vita ed opere – La Frusta Letteraria

schettieri (1844) e Vent’anni dopo (1845), che non cessano di nutrire l’immaginario degli amatori di cavalcate,  di intrighi e di duelli spettacolari, sono bastati ad imporlo come il maestro del romanzo di cappa e spada.   Il successo dei romanzi di Alexandre Dumas ha situato la sua opera nella categoria della letteratura “popolare” (ma littérature industrielle la chiamava Sainte-Beuve che sottolineava l’aspetto seriale della produzione), con  quanto di spregiativo può avere la parola per alcuni. Lo scrittore stesso era sensibile a tali etichette svilenti   quando, nel 1826, giovanissimo poeta, per fare apprezzare nei saloni parigini le sue elegie dal sapore aulico, fingeva di non essere quell’autore già votato al mercato lucroso del  vaudeville (teatro leggero). Nei fatti Dumas tentò l’avventura letteraria inizialmente in poesia, unitamente a Nerval, il poeta puro, visionario e sfortunato (finì suicida impiccato ad una cancellata) di cui era amico negli anni delle febbri poetiche giovanili. Ma ben presto apprese che con la poesia iperdistillata e condannata al sequestro emotivo degli happy fews, non si campa né molto né bene: o si è rentier o si fa  la fame; e anche  la fama di stima, quasi sempre non remunerata, quando raggiunta, tragicamente non sfama.

Dumas ben presto intuisce che nel “campo letterario” (vedi la nozione in  Bourdieu) del mercato francese delle lettere dell’800  oltre lo spazio degli scrittori “puri” (come potevano esserlo il bohémien Nerval nella poesia o il rentier Flaubert nella narrativa) se n’è aperto uno più lucroso, e tenta con grandissimo successo l’avventura dell’incontro con le grandi masse dei lettori (dei romanzi) e degli spettatori di teatro leggero (vaudeville). La scommessa è quella di saper parlare all’inclita guarnigione e di non perdere il favore del colto pubblico, seppur quello in cerca di distrazione o di semplice incanaglimento; di saper trovare nei grandi ingranaggi narrativi la sapienza delle metafore e la forza dei paradigmi che sgorgano dall’intelligenza creativa; di saper parlare allo stomaco dei lettori senza subirne fino in fondo il ricatto delle attese e dei rilanci, di saperli sballottare dentro la carrozza dell’intrattenimento ma tenendo saldamente in mano le redini dei cavalli dell’invenzione creativa. Dimostrando con ciò che la letteratura, ahimè o per fortuna,  non è solo comunicazione estetica privilegiata ma anche ingranaggio, non solo stile ma stilema,  non solo ispirazione ma abile dosaggio di ingredienti narrativi, non solo quintessenza di progetto ma sagace attenzione al risultato, non solo impegno estetico ma svago estatico. Si tratta insomma di sfocare  l’io emittente  a favore dell’io ricevente. Il livello di compromesso tra l’intelligenza e la libertà dell’affabulatore da un lato e le istanze e le attese del pubblico dall’altro resta tuttavia deciso  dal primo, seppur con qualche necessario cedimento e a volte con inevitabili, fragorose rese.

Dumas è rimasto per molto tempo (almeno fino all’arrivo del cinema di massa e dei telefilm americani) un modello esemplare per l’artista che voglia includere le masse (incolte per definizione) nel proprio scenario creativo e come destinatario privilegiato.

Fin quando ci saranno le masse ci saranno i Dumas … e i favolosi “attacchi” delle  “notti buie e tempestose.” (vedi incipit cap.  LXVde I tre moschettieri”)

La rivalsa del meticcio

La conquista della fortuna e della notorietà fu in certo modo una rivalsa sociale per Dumas, che rivendicava una doppia origine, “aristocratica per parte di   padre e popolana per parte di madre”. Certamente, il nonno, creolo, era marchese, ma, avendo lasciato la Francia per Santo Domingo, vi aveva avuto da una schiava nera un figlio. Quando quest’ultimo si arruolò nell’esercito reale, prese il nome della madre, Dumas, piuttosto che quello di Davy della Pailleterie. Diventò un glorioso generale della Rivoluzione e sposò la figlia di un commerciante di Villers-Cotterêts, dove si ritirò nel 1802, malato e caduto  in disgrazia dell’Imperatore.

Alexandre   nacque in questa cittadina il 24 luglio del 1802. Suo padre muore quattro anni dopo,   lasciando la famiglia in ristrettezze: gli studi del bambino sono trascurati, e, fin dal 1817, egli deve lavorare come commesso di studio di un notaio. Arriva a Parigi nel 1823, fornito di raccomandazioni per i compagni d’arme di suo padre; il generale Foy nota la sua bella scrittura e lo fa entrare negli uffici della cancelleria del duca di Orlèans.   

Prima rivalsa: vivere da solo a Parigi, a vent’ anni, con una paga garantita e degli svaghi che gli permettono di perfezionare la propria istruzione. Sogna di poesia e di teatro: sotto Carlo X, i giovani ambiziosi non possono dire più: “Essere Napoleone o nulla”. È la letteratura che può condurre alla gloria o alla fortuna. Tentato dall’ una e dall’altra, Dumas, nel 1825, collabora a vaudeville mentre un’elegia sulla morte del generale Foy gli garantisce la reputazione “di giovane bardo liberale”. 

Ricevuto nei saloni liberali, vi apprende che il teatro è la grande sfida letteraria del momento: dramma storico contro tragedia vecchia. Scrive, in prosa,  Enrico III e la sua Corte. Questo dramma, dato  ai Français il 10 febbraio 1829, prima di Hernani di Hugo, è il primo trionfo romantico – trionfo dei “barbari” come strilla la grande stampa: “l’aspetto dell’autore, -dicono i giornali- porta caratteri eminentemente romantici”; ma la gioventù parigina applaude il nipote della schiava nera e, legittimazione suprema, il disegnatore e litografo – e in segreto pornografo-  Achille Devéria fa il suo ritratto.   (vedi box a destra)

La conquista del teatro 

Nel 1830, il duca di Orlèans trasforma il giovane autore di successo nel suo bibliotecario: questa sinecura gli permette di frequentare il cenacolo di Hugo e partecipare alla battaglia di Hernani. Ma, nel luglio, quando scoppia  la rivoluzione per le strade, il figlio del generale Dumas è il solo uomo di lettere ad abbandonare il palco del teatro per vivere quello più eccitante delle « Trois Glorieuses » della  rivoluzione  (27-29 luglio 1830). Focoso combattente repubblicano si reca  in missione a Soissons, per conquistare da solo una polveriera. Come i suoi nuovi amici politici, è stupefatto nel vedere il suo protettore diventare il re Luigi-Filippo; gli invia le sue dimissioni da bibliotecario: “In me, l’uomo di lettere è soltanto la prefazione dell’uomo politico”, scrive. Sfida imprudente: privato di stipendio regolare, può di conseguenza mantenersi soltanto con la letteratura. Ripartendo alla conquista del teatro, guadagnò il trionfo con Enrico III e la sua corte, primo dramma romantico francese rappresentato, e conclude inoltre, nel 1831, una tragedia in versi, un melodramma storico da grande spettacolo e anche Antony, un dramma borghese, che gli garantisce un nuovo trionfo nel maggio 1831.

Anche nel teatro, si saggia dunque nel genere nobile, pur ottenendo numerosi successi con il melodramma, più leggero. Dopo La Tour de Nesle (1832), Kean ou Désordre et Génie (1836), Mademoiselle de Belle-Isle (1839), e di altre pièce scritte in collaborazione, conosce il fallimento alla Comédie-Française con Caligola, tragedia in versi in cinque atti (1837): la gloria del grande autore tragico non è però  per lui. Opta allora per il romanzo, perché è la letteratura che si vende meglio, senza tuttavia rinunciare al teatro. Tenta  più volte la commedia e, nel 1841, ritorna al dramma storico con Lorenzino.  

A partire dal 1836, il suo talento drammatico   prova ad ingaggiarsi  con la nuova invenzione della stampa economica: il romanzo-feuilleton (d’appendice), sorta di matinée teatrale quotidiana per un spettatore-lettore. La fortuna lo remunera tanto da  permettergli di fare costruire il suo teatro: il Teatro storico (1847). Vi farà dare gli adattamenti dei suoi romanzi fino a che un fallimento clamoroso giunge, nel 1850, a porre fine alla realizzazione di un sogno sfarzoso di potenza.   

La fabbrica di romanzi Dumas & CO 

Rinunciando alla gloria del poeta lirico e tragico, Dumas si fa imprenditore e dirigente aziendale in letteratura. Spogliato delle costrizioni delle drammaturgie, la narrazione in prosa garantisce il successo di chi possiede verve e talento. Per la giovane “Revue des Deux Mondes”, che pubblica volentieri scene storiche e resoconti di viaggi, Dumas intende raccontare un lungo giro attorno al Mediterraneo. Ma, privato di sovvenzioni, deve, nel 1835, accontentarsi di un giro dell’Italia, materia già sufficiente per le sue prime impressioni di viaggio. L’anno successivo, Emile di Girardin fonda “La Presse” e trascina Dumas nella grande avventura della pubblicazione periodica, inaugurata da Balzac.  

Ammiratore di Walter Scott, Dumas si specializza nel romanzo storico. In una dozzina di anni, pubblica sotto il suo nome quasi ottanta romanzi, che i giornali si disputano . La parola “negro” è usata per la prima volta per qualificare i numerosi collaboratori di cui si circonda, e che gli forniscono soggetti e intrecci per romanzi oggi dimenticati, come Le Chevalier d’Harmental (1842), AscanioGeorges e  Amaury (tutti e quattro usciti nel 1843), o  senza posa rieditati come la trilogia dei moschettieri con I tre moschettieri (1844), Vent’ anni dopo (1845) e Il Visconte di Bragelonne (1848-1850), o come Il Conte di Montecristo (1844-1845) o  La Regina Margot (1845). Scrisse, oltre a quest’ultimo romanzo, narrazioni che evocano le guerre di religione: Il cavaliere di Maison-Rouge (1846), Madame de Monsoreau (1846), e sotto il titolo generale di Memorie di un medico, sono riuniti Giuseppe Balsamo (1846-1848), Il collare della regina (1849-1850), Angel Pitou (1851) e La Comtesse di Charny (1852-1855), romanzi la cui azione si svolge nel XVIII secolo. 

Dumas sa trasformare i testi abbozzati da altri (i cosiddetti “negri”) in racconti appassionanti ed epici, che attendono impazientemente gli abbonati della stampa parigina. Guadagna così una fortuna enorme, sprecata con l’incuranza disinvolta che lo fa passare da un’amante all’altra. Senza mai riuscire a  optare  per l’agio di una vita borghese, resta nei fatti un bohémien di lusso. Il matrimonio, concluso per regolarizzare una relazione, dura soltanto cinque anni, e l’appartamento fastoso di Parigi è abbandonato, nel 1847, per un dispendioso “castello di Monte-Cristo”, a Port-Marly.   

Inoltre, quando  scoppia la rivoluzione del 1848, l’ex combattente repubblicano del 1830 non ha più le stesse ragioni di entusiasmo. Fonda tuttavia un giornale e si presenta, senza successo, alla delegazione come “operaio del pensiero”, ma preoccupandosi  dei lunghi disordini che svuotano i teatri, vota per il principe-presidente, passando tuttavia all’opposizione quando il nuovo Napoleone, nel dicembre 1851, effettua  il colpo di Stato. 

Il suo esilio sarà tuttavia più motivato dalla paura dei creditori che dalle sue convinzioni politiche. Durante un soggiorno di due anni a Bruxelles, redige e vende al “Constitutionnel”   le sue Memorie (1852-1854), quindi un romanzo che reputa  “l’opera della sua vita”: Isaac Laquedem. Questa meditazione interminabile sulla storia universale scoraggia tuttavia i suoi affezionati lettori di un tempo, abituati ai racconti di avventure. Dopo questo fallimento, non scrive più romanzi e si accontenta di mettere il suo nome sulle produzioni di un nuovo opificio di “negri”.   

Ultime avventure 

Ritornato a Parigi nel 1853, tenta invano di diventare un grande editore  lanciando il suo giornale, “Il moschettiere”. Afflitto da noie giudiziarie e da delusioni,   è tuttavia distratto da nuove esperienze: nel giugno 1858, una coppia di aristocratici russi lo porta a San  Pietroburgo e gli fa attraversare la Russia fino a Tiblisi in Georgia. Rientrato in Francia dieci mesi più tardi, vuole realizzare “il grande viaggio di Ulisse” che non aveva potuto fare nel 1835.

Lascia Marsiglia, nel maggio 1860, su una goletta di proprietà, “Emma”, e sbarca  a Palermo per aggregarsi ai Mille di Garibaldi, che hanno intrapreso l’avventura politica e rivoluzionaria di  detronizzare  i Borboni di Napoli. Superba avventura  che gli fa rivivere, e riuscire, quella del 1830: Francesco II è cacciato e Dumas può ricoprire  a Napoli, per tre anni, la funzione di direttore dei musei e degli scavi.   

Raggiunge Parigi nel 1864 e tenta di rimettere ordine nei suoi affari. Scrive all’imperatore collocandosi fra “le tre glorie della letteratura francese dal 1830”, accanto a Lamartine ed a Hugo. Ma la sua “gloria” non ha più successo: s’arrangia a vivere dando conferenze a Parigi ed in provincia.  

Malato, trova rifugio, a Puys, nei pressi di Dieppe, presso il  figlio Alexandre (autore de La Signora delle camelie, che, da venti anni, conosce a sua volta la celebrità come fondatore del dramma moderno. Muore il 5 dicembre 1870. 

Un’opera illegittima? 

Gli scritti romanzeschi di Alexandre Dumas (e dei suoi novanta collaboratori, secondo alcune stime) occupano 257 volumi, ai quali si aggiungono i venti volumi delle sue memorie. Ma gli specialisti di letteratura di un tempo non si sono affatto interessati a quest’opera enorme quanto piuttosto ai dettagli di una vita fuori del comune: Dumas venne considerato come uno scrittore affrettato e loquace; veloce e corrivo non si preoccupa più di tanto di  avere uno stile né dello stile. Tuttavia da qualche decennio ha subito un rinnovato interesse per via degli studi che mettono in valore la letteratura di consumo e le questioni in lui indubitabili e preminenti di tecnica   narrativa.

Per chi ammira Flaubert,  questo scrittore di romanzi popolari che completa trenta romanzi durante il tempo che metteva l’autore di Madame Bovary a terminare questa sola opera  ne è l’antitesi. (Vedi nel box il giudizio di Flaubert). Sulla scena (Antony) ed in alcuni romanzi (Montecristo), Dumas ha espresso, spingendoli all’estremo, le rivendicazioni anche sociali dell’individualismo romantico. Anzi il suo, insieme a quello di Zola, è un approccio “di sinistra”  dell’immaginario popolare – l’ultimo, prima dell’avvento dell’uomo/massa eterodiretto e totalmente amministrato “da  destra” dai box office dei tycoon-,  e non solo per l’esplicita militanza in schieramenti ideali di quel tipo: repubblicano Dumas, dreyfusardo Zola. Anche con la propria arte Dumas  offre alle masse degli oppressi della propria epoca, sotto le forme narrative reiterate e ossessive (tipico il motivo della “vendetta”) una possibilità di riscatto e di rivincita seppur  proiettata nel miraggio sublimato e ottativo della narrazione d’avventura. Rispetto a chi, anche oggi, nell’epoca dell’uomo totalmente televisivizzato, esercita unilateralmente verso le masse popolari un’estetica narcotica e desublimata (in maniera repressiva: vedine la nozione in Marcuse), quello di Dumas e Zola resta dopotutto una forma di “grande rifiuto”.

Passato il successo di scandalo, questo “modo di sentire” restò accettato soltanto sotto le  forme più adeguatamente  sentimentali, prive ossia di ogni carica sociale. . 

Il romanzo storico, un pretesto 

Dumas non si cura né della verosimiglianza psicologica né di verità storica,   considerando  la storia come “un chiodo al quale appendere i suoi quadri”. Ma seduce il suo pubblico con la sua nervosità prodigiosa di affabulatore. Qui risiede  la sua grande virtù “letteraria”, che lo  ricollega alla tradizione degli inventori di favole e di epopee, al di là dell’immagine asfittica dello scrittore moderno afflitto dinanzi alla pagina bianca. È il creatore di una mitologia nuova, i cui eroi hanno nutrito l’immaginazione di un ampio pubblico più a lungo dei personaggi di tutti gli altri romanzieri del suo tempo (Hugo escluso), ed un fornitore fertile di sogni felici: la storia si trova svuotata dei suoi conflitti, e i contrasti non sono che splendori di pennacchi contrapposti. Così, ne I tre moschettieri, le lotte tra Richelieu e la nobiltà, come quelle tra Mazarino ed i frondisti sono soltanto conflitti provvisori: tutti finiranno per riconciliarsi, e il vecchio rivale di Richelieu diventerà maresciallo di Francia.  

Opere semplificatrici quelle di Dumas, tuttavia fanno sognare di una Francia eterna e senza contraddizioni, dove le lotte sono soltanto prodezze eroiche e dove, una volta punito il cattivo, ognuno ritorna pacificamente al proprio  posto. 

Romanzo d’avventura?

Inventore, fra gli  altri, dello stile-feuilleton, Dumas ha saputo dare una nuova dinamica al racconto storico, meno tentata dai suoi predecessori. Ma resta prima di tutto autore di romanzi storici, non romanzi di avventure seppur storiche. Infatti, in lui, la trama storica tiene un posto considerevole nella progressione dell’intrigo romanzesco. I personaggi principali sono generalmente presi in prestito dalla storia: non è solamente il caso di figure famose come Margherita e Enrico (La regina Margot) o Richelieu, Mazzarino e Luigi XIV (nella trilogia dei moschettieri), ma anche (lo si dimentica a volte) quello di personaggi apparentemente romanzeschi, come lo stesso d’Artagnan e i suoi amici, anche se le azioni di questi ultimi nei romanzi non hanno granché  a vedere con ciò che fecero i loro alter ego storici. Personaggi storici, ma anche intrigo segnato dalla storia: l’azione della Regina Margot segue punto   punto gli eventi storici, e gli amori romanzeschi  di Margherita di Valois sono lungi dal rappresentare una parte anche importante dell’opera rispetto all’ascesa di Enrico di Navarra verso il trono. Certamente, un’opera come I tre moschettieri propone un intrigo molto più fantasioso (anche se si basa su eventi autentici), ma di già, con gli eventi inglesi e quelli della Fronda, Venti’anni dopo testimonia un interesse più marcato per la trama storica. Quanto al  Visconte di Bragelonne, può certamente essere descritto, con l’ascesa di Luigi XIV al trono, come il racconto della morte romanzesca.

Tutti quest’elementi tendono ad allontanare  l’opera di  Dumas dal modello puro del romanzo di avventure storiche. Per i romanzi di avventure, la storia non può essere la preoccupazione prima (altrimenti, si è di fronte ad un romanzo storico); ma è l’avventura che deve essere posta in primo piano. La storia fornisce in compenso un quadro privilegiato, in grado di suscitare l’avventura. Ciò significa che l’epoca scelta dagli autori non lo è in funzione del suo interesse specifico, ma in funzione delle possibilità dell’avventura. Si deduce generalmente che i periodi privilegiati dal romanzo di avventure sono i momenti di disordine: rivoluzioni, conflitti, epoche di forti insorgenze criminali. Tale analisi, seducente a priori, non è completamente esatta, e non resiste in ogni caso alla prova dei fatti. Quali sono i periodi privilegiati dal romanzo di avventure storiche in Francia (e, in grandissima parte, in Gran Bretagna ed in Spagna)? Non sono quelli delle epoche più tormentate della storia: con le invasioni barbariche, l’epoca merovingia  e le sue lacerazioni fratricide, gli attacchi normanni o vichinghi… un periodo ricco di conflitti durato molti secoli si offriva agli autori di romanzi storici; tuttavia, è stata l’epoca certamente   più trascurata. Al contrario, gli hanno preferito i periodi che gli storici associano alla rinascita dello Stato: Rinascimento o l’ascesa del Re Sole. La principale corrente del romanzo di avventure storiche, il romanzo di cappa e   spada, si situa quasi esclusivamente in questo periodo, che non corrisponde affatto al periodo più tormentato della storia. È del resto ciò che ha colpito Dumas di quest’epoche, tanto da costruirci attorno i suoi tre cicli storici: l’apparizione di una nuova era storica.

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pagina a cura di Alfio Squillaci

Da capolavoro del romanzo popolare a capolavoro del romanzo: la storia della fortuna del Conte di Montecristo si potrebbe condensare nella lenta caduta di un aggettivo. Fin dal suo primo apparire, in quella Francia degli anni quaranta dell’Ottocento che era il più fervido e convulso laboratorio delle rivoluzioni europee, la storia dell’eroe borghese Edmond Dantès, eponimo della sfortuna e dell’ingiustizia, che si trasforma in spietato giustiziere, fu accolta dalle migliaia di avidi lettori di feuilleton come la più iperbolica incarnazione dello spirito del tempo. Un successo fulmineo, sancito dall’immediato passaggio all’edizione in volume e da un incredibile numero di ristampe e traduzioni. Ma fin da subito, quell’aggettivo, “popolare”, suonò, in tutta una parte della critica colta, come una netta discriminazione, se non come una condanna. Il lettore potrà seguire, nelle pagine della Prefazione di Claude Schopp, la ricostruzione della vicenda critica del romanzo. Schopp, che ha dedicato tutta una vita di studi a Dumas, disvela con precisione le ambizioni di una scrittura sapientemente costruita per portare all’estremo la tensione e la complicità del lettore. Situa, in una parola, il Montecristo nel posto che merita: all’apice della più felice stagione del romanzo europeo. Questa nostra edizione comprende, oltre alla Prefazione di Schopp, un apparato di note al testo, nonché un Dizionario dei personaggi e delle persone storiche e un Indice dei luoghi che faranno la felicità di ogni patito di Dumas.

Alexandre Dumas   (Villers-Cotterêts, 1802 – Puys,  Dieppe, 1870) – Romanziere ed  autore drammatico francese

Alexandre Dumas in Rete