Marco Lodoli- Grande Circo Invalido - Einaudi, Torino, 1993 2002
E Roma?
Gadda: “Ne sono amareggiato, stanco; se potessi me ne andrei subito; se avessi forza, denaro… Ah il romanesimo…”
Così si esprimeva il divino ingegner Gadda, che in tarda età mosse le tende da Firenze per stabilirsi, fino alla fine dei suoi giorni, a Roma. Tanti anni a Roma…eppure Gadda per tutti è il Milanese, per quanto non amasse proprio Milano, città teatro della sua ingrata giovinezza. Ma a quanto leggo qui non gli piaceva neanche Roma. Gadda nell’ultimo periodo della sua vita abitava in una zona di Roma che si chiama la Camilluccia. Io non so dov’è la Camilluccia, però il nome mi sembra si adatti bene al vecchio Gadda: farfalla e elefante.
Ma perché scrivo questo?…Perché quando hai a che fare con Marco Lodoli –quando stai nei suoi libri, quando ti racconta la sue storie- sei a Roma. E Roma è una città che conosco un po’ vagamente, pur essendoci stato, qualche volta. Se penso a Roma mi vengono in mente, chissà perché, le innumerevoli antenne sui tetti dei caseggiati che si vedono entrando dentro la città in treno (e l’Anna Magnani scaciata di Mamma Roma, il romanzo Roma di Aldo palazzeschi, Vincenzo Cardarelli a
Via Veneto, “più grande poeta italiano morente”). Se invece la sogno, o meglio, se la sognassi, sarebbe, Roma, fontane di notte e chiome di alberi che sporgono oltre i muri lungo l’Appia antica.
Ma la città di Lodoli è diversa, è una città marginale dove gente
qualunque coltiva sogni di riscatto. Ed è a guardarla anche una città metafisica, come quelle città-piazza di De Chirico, coi manichini e le squadre da disegno (in quelle di Jacovitti c’erano invece i salami e le matite ...)
C’è una scena verso la fine di questo racconto, del Grande circo invalido , nella quale i protagonisti hanno un appuntamen- to con un sedicente “fascista” che dovrebbe recare loro una bomba con la quale far saltare il cancello della scuola. I protagonisti e il fascista s’incontrano in una piazza, di notte, e il fascista arriva con la bomba nascosta dentro una bambola senza una gamba. Io leggendo vedevo questa piazza enorme, vuota, con le cartacce che rotolavano via nel vento.
Vedevo questi uomini che si fronteggiavano come la personificazione della solitudine assoluta, in mezzo alla piazza con le luci della città al limitare tutt’intorno, ma lontano, appunto. Il mio sguardo cadeva su di loro dall’alto mulinando come un’elica.
Ovunque nella narrazione una normalità greve che taglia un poco il respiro. Questo già nelle descrizioni delle abitazioni dei tre
protagonisti: le angoliere con i ninnoli a casa dello sposato, il padre panzone/ciabattone e l’odore di cavolo dalla tromba delle scale nell’appartamento del mezzo ladro, i tendaggi pesanti e il carrello dei liquori con le bottiglie impolverate nel soggiorno di quello laureato.
Questi tre vivono ognuno nel proprio caseggiato, e la parola
“caseggiato” a me ha sempre ricordato (senza nessuna giustificazione, va da sè) la parola “stia”, ma anche, in sott’ordine, la parola “stabbio”…insomma tutti quei luoghi dove vengono ricoverati gli animali di allevamento. Luoghi infelici.
Ma i tre protagonisti, Mariano, Ruggero e Rocco, non ci vogliono stare ar gabbio dentro le loro vite squadrate con l’accetta, vogliono fare la rivoluzione. Il Grande circo invalido è la storia di questa rivoluzione, magari buffa o sterile o fatta con le pezze al culo, ma pur sempre rivoluzione, sia che si tratti di affrancare gesù bambino dal presepe di san Pietro o far spettacolo in piazza con ciechi e sciancati o piazzare la Bomba come veri anarchici della Garfagnana. Ed è, inoltre, anche un ribellarsi che si tiene in pancia una storia d’amore, l’amore che i tre, ognuno alla maniera sua, nutrono per Sara, la sorella di Mariano.
Mariano: “Io ho un carattere anarchico e sfascio le cose belle del mondo”.
Tutto parte da una scuola privata, di quelle dove gli studenti fanno tre, quattro anni in uno per prendere la maturità. Ruggero è un attonito professore di lettere, Mariano è il suo allievo bestione e trentenne, Rocco è il bidello. Ognuno ha una sua storia che non sto a raccontare, ma scrivo che le loro storie messe insieme fanno la cellula anarchica che si mette a punta contro il mondo: “siamo noi contro tutti”. Ma questa punta non è una cosa acuminata che ferisce, ma un’altra cosa smussata che cerca, si dibatte nel tentativo di sovvertire in qualche modo una realtà opprimente.
Il circo invalido è un circo vero e finto allo stesso tempo, coi suoi
artisti di vaglia: un alcolizzato che fischia con gli occhi, un giovane paraplegico omosessuale, un garagista semicieco col suo cane. Il circo plana nel paese di Nemi e dà spettacolo in piazza. In dieci minuti accade tutto: giochetti con le carte e cane che dà la zampa, poi comincia a piovere e tutti “se danno”. Il circo riparte su una vecchia campagnola tutta scassata, fino a che fuori dal paese uno stormo di ragazzetti in motorino la affianca e prende a catenate la carrozzeria: “Non fatevi più vedere, zozzi vagabondi, zingari iettatori!”.
Alla fine la rivoluzione i tre anarchici la fanno pisciando e sputando dentro a certi cocktails in un separé di un locale per scambisti. I soldi per la bomba con cui volevano far saltare il cancello della scuola sono serviti per corrompere la cameriera. Dopo la rivoluzione c’è tempo di andarsene al Tevere a vomitare nel fiume per il troppo vino. Ed ecco lì ancora la Roma notturna come un luogo di tragedia solcato dal traffico incessante e dalle taniche vuote che galleggiano nella corrente.
Sara invece era già partita, subito dopo la maturità, lasciando ovunque un vuoto che pervade i tre protagonisti. Ognuno ha il suo ricordo di lei e ognuno aspetta il suo ritorno…dall’India, dal Messico. E anche chi legge aspetta che torni; aspetta la fine del racconto per vederla tornare.
Come scrive Lodoli? Scrive un po’ piatto e un po’ aulico; pensa
al Pasolini delle storie di borgata ma lo fa con una lingua senza dialetto, dotata di occasionali accensioni pascoliane. C’è poi il gioco dei “come”, che ha proprio qualche bel momento: “iniziavo a macerarmi come frutta nel vino”; “è come se sulla groppa di un rinoceronte fosse nata una rosa”; “sta davanti alla televisione come sulla riva di un fiume zozzo” eccetera.
Ruggero: “Forse è troppo tardi per amare la gente”
Pensando a Roma da qui, dalla pianura, la vedi come una città fatta per la primavera, coi tramonti e i pini marittimi sui colli, ma Lodoli dipinge la città come lo scannatoio dei sogni, un luogo nel quale vivi “non” sfuggendo al tuo destino. E se dentro una città fatta così ci si costruisce una storia fatta anche di certi toni favolistici, si tratta pur sempre di una favola così intrisa di vita vera da tenere per sé, alla fine, solo quello sguardo di tenerezza che lo scrittore riserva ai vinti, e tutti quanti qui lo sono. Il resto, scioglimento ed agnizioni, è amaro come solo la vita vera a volte riesce ad essere: in questo dualismo di “fievole tatto” (all’ungarettiana maniera) e pervasività della vita “per come è” sta l’attrattiva del Grande circo invalido.
Damiano Zerneri
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