Henri Bergson - Filosofo francese (Parigi, 1859 - idem, 1941).
Nato nel 1859 a Parigi, di religione ebraica, Bergson compie studi brillanti che lo conducono ad una carriera universitaria esemplare. Nel 1878 arriva terzo al concorso della Scuola Normale superiore (il primo è Jean Jaurès), e vi viene ammesso nel 1881, laureato e abilitato nel 1889, professore al College de France nel 1900. Qui, benché aspramente criticato dai professori della Sorbona, acquista un successo considerevole non soltanto presso gli intellettuali (Gabriel Marcel, Charles Péguy, Charles Blondel), ma anche presso un pubblico mondano e colto. Membro dell’Accademia delle scienze morali e politiche nel 1901, dell’ Académie Française nel 1914, dottore in scienze a Oxford nel 1909, fin dal 1916, si vede affidare da parte del governo della IIIª Repubblica delle missioni diplomatiche, dapprima in Spagna, indi, nel 1917, negli Stati Uniti, entrati in guerra, si dice, al seguito del suo intervento presso Wilson, e dove tornerà nel 1918 per ottenere la costituzione di un fronte dell’Est. Così, il filosofo, insignito della Legione d’onore (1902), non disprezzava l’azione al servizio del suo paese. Il premio Nobel di letteratura che gli venne attribuito nel 1927 contribuisce a renderlo universalmente famoso. Ma, soffrendo per reumatismi paralizzanti a partire dal 1925, deve abbandonare gradualmente le sue varie funzioni ed è lottando contro la malattia che redige le «Deux Sources de la morale et de la religion» (1932) la «Pensée et le mouvant» (1934). Nel suo testamento, redatto nel 1937, al momento dell’ascesa del nazismo, il filosofo scrive:
«Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo dove vedo l’inveramento completo del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto prepararsi da anni l’immane ondata d’antisemitismo che s’infrangerà sul mondo. Ho voluto restare fra quelli che saranno domani perseguitati». Precisa anche di «aver pubblicato tutto ciò che voleva venisse pubblicato», e proibisce ogni pubblicazione postuma. È dunque un’opera definitiva e completa quella che egli lascia in punto di morte, in una Parigi occupata dai nazisti, il 3 gennaio del 1941.
Una filosofia della durata
Si dimentica troppo spesso che Bergson ebbe degli inizi di studioso della matematica. Quindi il suo interesse per la filosofia si nutre di una riflessione sulla matematica moderna e sulla fisica, come testimonia la sua concezione della “durata” ancorata sull’analisi scientifica della nozione di tempo.
Nella sua tesi di dottorato, «Essai sur les données immédiates de la conscience» (1889), Bergson si oppone alla corrente positivista per la quale i fenomeni umani e sociali sono sottoposti ad un determinismo così assoluto come quello che disciplina i fatti del mondo fisico. La vita psichica, lungi dal potere essere sottoposta alle leggi della fisica o ad un trattamento solo quantitativo, è di un altro ordine, quello dello spirito e non del corporeo, della qualità e non della quantità, della durata vissuta, del dato immediato della coscienza, che rivela l’«intuizione» interna. Il tempo della fisica è un tempo astratto che possiede tutti i caratteri dello spazio: giustapposizione, divisibilità, reversibilità, e assenza di durata. Al contrario, il tempo concreto, reale, è la durata, continua, indivisibile e non misurabile. È un tempo qualitativo, di essenza dello spirito.
“Materia e memoria”
La filosofia di Bergson è profondamente dualista, come ne è testimone il titolo di un suo lavoro «Matière et mémoire» (1896), che rifiuta il monismo materialista ed oppone l’ interiorità della coscienza all’esteriorità della scienza, lo spirito alla materia. Ne consegue che la coscienza è libertà, il suo tempo interiore è imprevedibile, tempo dell’ “io profondo”, opposto all’“io superficiale” sottoposto agli automatismi della pratica e delle convenzioni. “Noi siamo liberi, dice Bergson, quando i nostri atti emanano dalla nostra personalità intera, quando la esprimono.”
La nostra vita interiore è anche memoria. Bergson ne distingue due tipi: “la memoria-abitudine”, memoria del corpo, fatta di automatismi e di meccanismi, la cui utilità è di adattare le nostre reazioni all’ambiente; la “memoria pura”, spirituale, che è la coscienza stessa, staccata da qualsiasi preoccupazione di agire: il passato sopravvive in essa in una massa indistinta di ricordi.
Intelligenza ed intuizione
Alla individuazione di due distinte memorie corrisponde l’opposizione tra azione e conoscenza, alle quali fanno capo rispettivamente l’intelligenza e l’intuizione.
Incapace a farci conoscere il reale e la continuità del divenire, l’intelligenza è attiva, “facoltà di fabbricare attrezzi che fanno attrezzi” (l’Evoluzione creatrice, 1907), non contemplativa: l’uomo è faber prima di essere sapiens. È propria degli uomini ciò che è l’istinto per gli animali: una forma d’adattamento al reale. Semplicemente, l’uomo ha “attrezzi” più potenti di quelli degli animali: la lingua, che opera classificazioni rigide, essendo le parole soltanto “etichette sulle cose”; la scienza, che permette di prevedere ed organizzare l’azione applicando alla materia metodi di calcolo e di misura. Solo l’intuizione va al cuore del reale e permette di conoscere il tempo vero che è la durata interna. È “la conoscenza diretta dello spirito con lo spirito” che va oltre la mediazione della lingua incapace di afferrare “l’Io fondamentale”.
Lo slancio vitale (élan vital )
L’intuizione è anche la conoscenza della durata dell’universo e del grande soffio della vita. Tale è l’insegnamento dell’Evoluzione creatrice (1907). C’è soltanto la coscienza che dura. L’universo materiale, le cose, hanno anche una durata propria, che si può constatare considerando il tempo che una zolletta di zucchero impiega a fondersi in un bicchier d’acqua: ma tale durata non è soltanto un tempo quantitativo, spazializzato, misurabile, è anche la mia durata interna mentre attendo che lo zucchero fonda. La durata costituisce così la sostanza del nostro essere e di qualsiasi altra cosa.
Il suo tratto spirituale fa sì che attribuirà alla filosofia bergsoniana l’etichetta di “panspiritualismo”. Ma verrà anche detta “vitalista”, nel senso in cui, fondamentalmente, per Bergson è la vita che dura: «Ovunque dove qualcosa vive, essa ha aperto, a fianco, un registro dove il tempo vi è registrato» Ora, la vita non può comprendersi in termini fisico-chimici, e Bergson rifiuterà ad un tempo sia il meccanicismo di Darwin che il finalismo di Leibniz per il fatto che essi mettono, ciascuno con modalità proprie, il tempo tra parentesi. Al contrario, l’intuizione coglie lo slancio vitale che spinge la materia all’evoluzione e si esprime nell’energia spirituale dell’uomo. La vita è un movimento creativo ed uno sforzo per risalire la china data dalla materia.
Morale e religione
Ritroviamo il dinamismo biologico dello slancio vitale nelle tesi di Bergson sui fenomeni morali e religiosi. Come c’è nella coscienza individuale uno stato profondo ed uno superficiale e nelle creature viventi uno slancio creatore ed una strutturazione specifica di specie, allo stesso modo ci sono due morali e due religioni. Per descriverle, Bergson ricorre all’opposizione “dinamico/statico” o anche “aperto/chiuso”.
È chiuso o statico ogni sistema chiuso in norme rigide (la morale kantiana, il rispetto puro dei rituali religiosi), abitudini indotte dalla società.
È aperto o dinamico ciò che esprime uno slancio spirituale: la morale aperta del santo o dell’eroe che inventano condotte nuove e spingono in avanti l’umanità, la dinamica religione dei grandi mistici che trasporta il cuore al di là di se stessa ed offre una presa immediata del divino e di Dio.
Anti-intellettualistica, la filosofia di Bergson conduce anche al misticismo, tutt’al più lontano, dunque, dalle preoccupazioni contemporanee maggioritarie.
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